Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

domenica 22 febbraio 2015


Senso dello stupore e senso del ridicolo


Ogni anno, il giovedì dopo le Ceneri, si rinnova un appuntamento molto atteso, quello del clero dell’Urbe con il proprio Vescovo. Il tema proposto questa volta riguardava l’ars celebrandi, un argomento per il quale, in linea di principio, non sarebbe necessario scomodare la suprema autorità della Chiesa, dato che dovrebbe essere stato appreso in seminario sulla base delle norme liturgiche, che hanno vigore di legge. Tutti sanno però che in materia di sacra Liturgia, nell’attuale temperie ecclesiale, vige piuttosto la regola della creatività e dell’improvvisazione; in certi Paesi, anzi, è in realtà il Vescovo a dover obbedire ai diktat del consiglio pastorale della parrocchia che intende visitare, i cui membri gli spiegano al momento dell’arrivo che cosa dovrà fare per “celebrare con loro” in quell’occasione. Se poi eventualmente due di loro, entrambi maschi, convivono beatamente more uxorio (si fa per dire), toccherà a lui spiegare ai pochi parrocchiani ancora perplessi che bisogna comunque rispettarli…

Se è vero – come è vero – che la crisi della Chiesa dipende dallo scempio subìto dalla Liturgia, non sappiamo se ridere o piangere quando ci si riempie la bocca di locuzioni roboanti e solenni che vorrebbero nascondere o la solenne dabbenaggine di chi non vede i fatti o la sfacciata ipocrisia di chi finge di non vederli. Nel Popolo di Dio è quasi scomparsa la fede nella Presenza reale, le chiese son diventate dei mercati, i sacri ministri si comportano da showman per essere simpatici e, per non scontentare nessuno, danno la santissima Eucaristia a chiunque… e liturgisti, teologi e Pastori discutono di inezie, quisquilie, pinzillacchere: praticano quello che, con licenza parlando, si chiama autoerotismo mentale (che, anche se mentale, è pur sempre un peccato impuro, quindi peccato grave). Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

Ma tutto questo è roba vecchia, così vecchia che, per meglio preparare i sacerdoti all’improvvisata lectio magistralis di cui si diceva in apertura, il loro Pastore non ha trovato niente di meglio, come lettura propedeutica, che il testo di una relazione da lui tenuta quando ancora era vescovo nel suo Paese, una decina di anni fa: se di nuovo c’è qualcosa, è il neonato magistero retroattivo. Ad ogni modo, il cardine su cui ruotava l’intervento alla plenaria della Congregazione competente è il senso dello stupore, senza il minimo accenno – cosa di cui l’autore fu, per sua stessa ammissione, pubblicamente rimproverato da due colleghi, tra cui l’allora cardinal Ratzinger – al fatto di trovarsi alla presenza di Dio. Un tempo, discorrendo di divina Liturgia, si sarebbe parlato appunto di senso del sacro. Adesso la sola eco di questa espressione, in chiesa, fa storcere il naso: sa di distanza, di elevatezza, di oppressione… Oggi tutto è assolutamente orizzontale, disperatamente piatto, obbligatoriamente democratico: guai a chi prova ad alzare un pochino lo sguardo! Siamo tutti uguali, compreso Dio.

È così che i fedeli della mia parrocchia hanno scoperto la scritta che campeggia a caratteri cubitali lungo l’architrave che sovrasta l’altare maggiore e sostiene un maestoso crocifisso solo perché il nuovo parroco, nella festa della Santa Croce, l’ha fatta notare: Redemisti nos in sanguine tuo. La traduzione e la spiegazione, però, non sembrano aver impressionato più di tanto i presenti: a che pro fare caso a qualcosa che è sempre stato lì come se non ci fosse? E poi, che significa essere redenti? Siamo tutti buoni, abbiamo tutti le idee giuste (ognuno la sua), va tutto magnificamente bene (salvo qualche piccolo incidente di quando in quando)… Si è risolto il problema del male negandolo o ammettendolo come cosa lecita o addirittura buona: che diamine, non si azzarderà mica, il prete, a sostenere ancora che un cattolico non può divorziare o che l’aborto non è un diritto!

Riguardo al senso dello stupore, che ci si raccomanda di suscitare nei fedeli, ciò di cui sentiamo crudelmente la mancanza è che si specifichi meglio per chi o per che cosa; non è poi così evidente e immediato, all’epoca della pornografia e del pansessismo. È ancora più difficile, in questa medesima epoca, suscitare lo stupore per ciò che non si può vedere né toccare in chi, fin dalla scuola media inferiore, si è abituato a vedere e toccare ben altre cose. Ma l’attuale magistero, sulla scia tracciata da un noto Cardinale passato pochi anni orsono davanti al giudizio di Dio e definito dal Pontefice regnante un novello “padre della Chiesa”, brilla proprio per le belle frasi ad effetto che solleticano la sensibilità, ma non danno peraltro alcuna indicazione concreta sul da farsi né tanto meno sul da credersi, mantenendosi volutamente nel vago. Non c’è da meravigliarsi che quello stesso Cardinale, già iniziato al grembiulino, dopo aver lasciato una diocesi allo sbando e aver sistematicamente contestato il Magistero papale, a voce e per iscritto, abbia posto fine alla propria esistenza chiedendo di essere soppresso con un’iniezione: è stato coerente fino in fondo con il suo “credo” (o meglio con la dottrina del suo gran maestro).

A forza di ambiguità e indeterminatezza nella predicazione e nell’insegnamento, oggi ci si può tranquillamente considerare cattolici e pensare che Dio sia un’energia benefica, che Cristo sia semplicemente un uomo, che la santissima Vergine l’abbia messo al mondo come qualsiasi altra donna, che la comunione eucaristica sia un semplice segno di appartenenza, che dopo la morte ci si reincarni e che alla fine tutti si salvino (da che cosa, non è dato saperlo)… Di fronte a questi risultati del nuovo clima pastoralista e inclusivo, gli ingenui potranno senz’altro provare un senso di stupore. Noi proviamo piuttosto un senso di sgomento, nonché di pietà per chi ha smarrito il buon senso in ciò che dice e il senso del ridicolo per ciò che fa.
 

domenica 15 febbraio 2015


Il suicidio della Chiesa

 
Nell’ormai lontano 1968 – annus horribilis – Louis Bouyer (1913-2004), sacerdote dell’Oratorio di san Filippo Neri, pubblicava un saggio dal titolo La décomposition du catholicisme. Pastore luterano convertito, uomo di cultura enciclopedica, ottimo conoscitore della Tradizione d’Oriente e d’Occidente, questo genio teologico, fra i maggiori del XX secolo, è praticamente sconosciuto ai cattolici cisalpini: tutta colpa delle sue valutazioni intelligenti – e soprattutto non allineate – degli sviluppi seguiti al Concilio Vaticano II, al quale pure era stato chiamato come perito. Spietato ostracismo ecclesiastico, riservato a chi non acconsente ad accodarsi al carro dei vincitori…

Si può anche discutere sull’analisi bouyeriana delle cause di tale decomposizione, ma la sua diagnosi dello stato spirituale della Chiesa militante richiama immediatamente alla memoria una profezia del santo papa Pio XII circa un suicidio della Chiesa provocato da alterazioni della sua fede, della sua liturgia e della sua morale. Invano un cardinal Ottaviani – quel porporato che passava la domenica fra i ragazzini dell’oratorio di San Pietro – metterà in guardia, insieme con tanti altri, il Pontefice della riforma liturgica (che Bouyer, escluso dal cardinalato, tenterà di rabberciare alla meno peggio) circa il disastro che ne sarebbe seguito. Quel porta-borse della massoneria che sarebbe finito – ma troppo tardi! – in esilio a Teheran, ingannando sistematicamente tanto Montini quanto la commissione incaricata, aveva ormai ottenuto carta bianca: «Lo vuole il Papa…» (anche le “Messe beat”?).

In diversi decenni, la putrefazione è ormai giunta a uno stadio piuttosto avanzato; il fetore – per chi non lo considera normale – è diventato insopportabile. Il fatto è che il fenomeno, attraverso i vari gradi del clero, ha pian piano raggiunto il vertice. Il pesce puzza dalla testa – dicono a Napoli. Quella cripto-eretica corrente gerarchica franco-tedesca che aveva surrettiziamente diretto il Concilio prendendo il controllo delle procedure e delle commissioni ha poi imposto la propria pseudo-teologia a mezzo mondo per gettare le basi ideologiche della sovversione programmata. In particolare, i guru delle facoltà germaniche, per esportare il loro “pensiero” (supportato da convincenti argomenti finanziari), hanno eletto le antiche colonie iberiche, già liberate da eroi in grembiulino, per spargervi a piene mani i germi del materialismo e della sedizione.

Chi conosca appena un poco l’ambiente latinos rimane sgomento di fronte al livello dell’immoralità che dilaga in una popolazione un tempo fervente – per non parlare del clero locale, di regola concubinario, quando va bene… Come mai, in diocesi all’avanguardia del rinnovamento, turbe di fedeli si riversano ogni anno nelle sètte protestanti fondamentaliste? Non sarà forse, fra l’altro, perché buona parte dei vescovi e dei religiosi sono agenti dell’Internazionale socialista? o perché le loro pecorelle non sanno più in che cosa credere o a chi dare ascolto? o perché le illusorie promesse di trasformazione sociale hanno lasciato dietro di sé un’immensa miseria morale e spirituale, oltre a quella materiale, culturale e sociale?

Ed ecco spuntare, da questo sfacelo da fine del mondo, il Pastore della “nuova chiesa”, che ha scelto come alta cattedra una cabina d’aereo e pronunzia i suoi dogmi indiscutibili chiacchierando amabilmente con i giornalisti in un linguaggio da bar di paese. Poco importa se ogni tanto (forse per eccessivo affidamento al proprio verbo?) fa qualche scivolone: può sempre rimediare la volta successiva arrampicandosi sui vetri… Quel che conta, ad ogni modo, è che puntualmente – scivoloni o meno – riemerge imperterrita la medesima visione totalmente relativistica: una morale fai-da-te che si getta allegramente dietro le spalle la Rivelazione divina interpretata da duemila anni di Tradizione e Magistero, attenta solo al livello terreno, al calcolo umano e al vantaggio immediato, così legata alle circostanze da annullare qualsiasi obbligo assoluto… proprio quella famosa morale della situazione che, pur condannata a più riprese, ha furoreggiato per decenni nelle facoltà teologiche ed è perfettamente funzionale, del resto, agli interessi del Leviatano finanziario, severamente anatemizzato a parole ma di fatto appoggiato su tutta la linea, come dimostra fra l’altro l’ostentata amicizia con gli ambienti ebraici che lo controllano. Non serve a nulla, poi, ridare un colpo alla botte nei discorsi ufficiali, scritti da altri e letti con un tono da necrologio…

Questo noto personaggio, in sostanza, non professa la fede cattolica, ma la contraddice apertamente, sistematicamente e spudoratamente, a gesti e a parole. Gli si potrebbe rammentare che, secondo l’osannato magistero conciliare, sono pienamente incorporati alla Chiesa soltanto coloro che, nel suo corpo visibile, sono congiunti con Cristo dal vincolo della professione di fede (cf. Lumen gentium, 14); ma tramite i suoi amici cardinali – così liberali su tutto, fuorché sulla tassa ecclesiastica – risponderebbe serafico che la fede è un cammino e che deve adeguarsi ai tempi… Il principio di non-contraddizione, in una “cultura” che ha bandito la logica, è ormai un reperto archeologico: i concetti onnirisolutivi di cammino e rinnovamento sono una colla universale che tiene appiccicati anche gli opposti.

Rimane il fatto che, davanti a Dio, non si può barare con i giochi di parole: o uno professa effettivamente la vera fede o è fuori, e della Chiesa e della salvezza. Questa, ahimé, è verità rivelata – e chi vuole realmente salvarsi (dall’Inferno, molto più che dalla globalizzazione) vi rimane attaccato con i denti, lo insultino pure quanto vogliono. Come conclusione del presente ragionamento, non si vede come uno che di fatto non è membro della Chiesa Cattolica possa esserne a capo; semmai è a capo di un’altra organizzazione che si sta decomponendo, ma si camuffa dietro il suo apparato. Noi preferiamo ovviamente rimanere dentro la Chiesa viva, sebbene momentaneamente priva di pastore; chi si suicida difficilmente si salva.
 

sabato 7 febbraio 2015


Ci sono miracoli e miracoli…
 

Non è fra i Santi più popolari né fra quelli più “redditizi” per le cassette delle offerte, ma san Paolo è pur sempre san Paolo. Lasciamo stare le tesi dei biblisti che hanno preso l’abitudine di negargli sistematicamente la paternità dei testi scomodi per le loro idee: tutte le lettere che la Tradizione gli attribuisce sono testi canonici, cioè ispirati dallo Spirito Santo e aventi quindi autorità indiscutibile per la nostra fede, in quanto il loro autore principale è Dio stesso, che per comunicare con noi si è servito di autori umani. La Seconda lettera ai Tessalonicesi, in particolare, si rivela estremamente attuale per le sue affermazioni di interesse escatologico: prima della venuta gloriosa del Signore Gesù Cristo – sta scritto – «dovrà avvenire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione» (2 Ts 2, 3).

La funzione di quest’ultimo è chiaramente definita nell’Epistola: egli deve ingannare con prodigi e portenti «quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi» (ibid., v. 10). Anch’egli adempie dunque, suo malgrado, un compito provvidenziale: è strumento del giusto castigo meritato da chi resiste alla rivelazione dell’Altissimo e ne disprezza la misericordia: «E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno, perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (ibid., vv. 11-12). Questa è d’altronde una scelta possibile al libero arbitrio umano, ma alla fine – come tutte le decisioni cattive – si paga a caro prezzo, se non c’è ravvedimento.

«Non ci si può prendere gioco di Dio: ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato» (Gal 6, 7), ci ammonisce ancora l’Apostolo. Chi semina menzogne, raccoglie menzogne; chi all’inganno acconsente, all’inganno soggiace; chi rifiuta la verità, alla verità si rende refrattario… chi si nutre di chiacchiere, produce peccati (e sempre più orrendi), dato che, per contrastare l’inclinazione al peccato, a nulla esse valgono. Ci si può pure scagliare con veemenza, allora, contro l’immoralità diffusa fra i chierici, ma essa non è altro che il frutto dei vaniloqui sentiti in seminario e della pseudo-teologia imparata in facoltà – proprio quella pseudo-teologia che ha abolito la nozione stessa di peccato e governa oggi i discorsi e le azioni di vescovi, cardinali e… ancora più su. Senza la sana dottrina, può mai esserci una sana condotta?

A onor del vero, una parte sempre più consistente del clero comincia a dar segni di nervosismo e a lasciar trapelare – sia pure con estrema prudenza – quanto meno un certo imbarazzo di fronte all’interminabile eruzione di gesti e dichiarazioni papali che pur mandano in deliquio le masse popolari e i poteri mediatici. Politicanti e plutocrati che vorrebbero legalizzare la pedofilia per evitare eventuali fastidi giudiziari, invece, brindano entusiasti a questa inattesa ventata di liberalismo ecclesiastico: la Chiesa Cattolica ha finalmente capito che non ha il diritto di frenare il progresso! E poi, viste le folle sterminate che accorrono a osannare il nuovo profeta e dato il consenso unanime da parte della casta che conta, chi oserebbe ancora dissentire?

Per amor di precisione, tuttavia, certi effetti prodigiosi dell’odierno corso andrebbero valutati in modo un po’ più esatto o almeno concorde, se non altro per evitare figuracce. Riguardo all’immensa adunata verificatasi di recente nell’unico Paese asiatico a maggioranza cattolica, la radio di regime, nel giro di mezz’ora, ha fornito tre cifre discordanti. Il bollettino italiano ha registrato la presenza, alla Messa pontificia, di ben sette milioni di persone (distribuite su un’area di parecchi chilometri quadrati o accatastate a strati?); secondo il bollettino francese, subito dopo, sono state dai sei ai sette milioni; quello in inglese, immediatamente seguito ai primi due, ha parlato di due milioni e mezzo lungo il percorso papale e un milione e mezzo alla celebrazione. Anche le ultime sono pur sempre cifre strepitose: c’era bisogno di arrivare fin quasi a raddoppiarle, tralasciando oltretutto di distinguere tra chi era per strada e chi ha effettivamente partecipato – in qualche modo – al sacro rito, non troppo attento all’Eucaristia finita nel fango…?

Se la spudoratezza (da cui siamo già sommersi) diventa la regola anche nella Sala-stampa vaticana, di chi ci si potrà più fidare? O forse proprio questo è un preciso segnale dell’ormai trionfante orientamento di “apertura al mondo”, per il quale qualsiasi mezzo è lecito per soggiogare le masse e portarle ove si vuole? A noi, però, questo genere di “miracoli” non piace affatto, non solo perché sono truccati e ripugnano quindi all’onestà morale e intellettuale, ma soprattutto perché mandano fuori strada miliardi di semplici, ai quali non sappiamo come spiegare che sono vittime inconsapevoli di un atroce inganno, il cui scopo è asservirli anche spiritualmente al nuovo ordine mondiale… In un Paese a cui stanno imponendo la regolazione delle nascite, non sarebbe stato forse il caso, di fronte a una folla simile, di condannare contraccezione e aborto in modo un po’ più convinto ed efficace – magari parlando a braccio, come fatto così spesso per dire le cose che più stanno a cuore? Probabilmente no, se gli abitanti sono dei conigli…

I veri miracoli, compresi quelli più sensazionali, vengono invece accuratamente occultati. Intorno all’anno 2000, in una parrocchia di Buenos Aires, si è verificato non uno, ma una serie di miracoli eucaristici che assomma in sé i fenomeni di Bolsena e di Lanciano. Dapprima delle ostie consacrate che colano sangue, poi un’ostia (rifiutata dalla donna che l’aveva lasciata cadere a terra ricevendola sulla mano) che si trasforma in tessuto miocardico vivente. Lo scienziato americano, ateo, che lo ha analizzato esterrefatto si è convertito alla fede cattolica; ma di questo prodigio straordinario, al di fuori della diocesi della capitale argentina, non si sa assolutamente nulla, a meno che uno non capiti sul posto o, informato da un amico, cerchi sulla Rete milagro eucaristico buenos aires.

Il Pastore che, all’epoca, è stato successivamente vescovo ausiliare e cardinale arcivescovo – e che tuttora, nella nuova sede, evita rigorosamente di inginocchiarsi dinanzi al Sacramento – ha evidentemente ritenuto inopportuno far troppa pubblicità ad un evento del genere: si sarebbe rischiato di risuscitare il mito della Presenza reale, ormai estinto in buona parte dei preti e dei fedeli, o addirittura di provocare qualche vera conversione, eventualità disastrosa per il dialogo ecumenico e interreligioso… o forse, più banalmente, di rimettere in discussione l’abominio della comunione sulla mano, prassi ormai obbligatoria nei Paesi del tango e della samba. Tant’è che in una Messa on the beach a cui hanno assistito tre (o quattro? cinque?) milioni di giovani e meno giovani, come ringraziamento dopo la santa Comunione non si è trovato niente di meglio che un’oceanica ola per esprimere la propria fede – in chi o che cosa, non risulta quanti lo sapessero: questo tipo di cifre, questo è certo, le conosce solo Uno.
 

domenica 1 febbraio 2015


Il canto del gallo


Basta con il tempo trascorso a realizzare la volontà dei pagani, vivendo nella lussuria e nella concupiscenza… (1 Pt 4, 3). Dio condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente (2 Pt 2, 6).

Una ponderata riflessione sui fatti richiede tempo, ma permette spesso di cogliere dei nessi che a prima vista sfuggono, consentendo così di collegare avvenimenti apparentemente disparati e di inserirli in un quadro più ampio, che grazie ad essi, a sua volta, a mano a mano si precisa e completa. Se si pensa all’attuale conduzione della Chiesa Cattolica, tale quadro si va configurando in modo sempre più inquietante, confermando peraltro gli acuti disagi e sospetti che da quasi due anni attanagliano la coscienza di ancora… semplicemente pensa.

Il 5 aprile dell’anno scorso, nella cattedrale di un’importante diocesi argentina, è stata battezzata una bimba nata con fecondazione artificiale da una donna unita in “matrimonio” con un’altra donna. Per fare da madrina, in quell’occasione, si è scomodata addirittura la Presidente della Repubblica, che ha evidentemente inteso esprimere pubblicamente, nel modo più solenne possibile, il proprio compiacimento per il riconoscimento ecclesiale così concesso alla prima coppia di donne che ha beneficiato della nuova legge da lei promossa in merito alle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Tutti si rendono conto delle devastanti conseguenze e ripercussioni che ha inevitabilmente avuto un evento del genere. Battezzare un bambino per rigenerarlo in Cristo è cosa doverosa e sacrosanta; accettare che sia presentato da due donne come se fossero i legittimi genitori significa avallare un abominio morale e una legislazione aberrante che nega la realtà della persona umana. Se la situazione morale del suo focolare non permette di seguire la prassi normale, un battezzando può essere portato in chiesa anche dai soli padrini.

Com’è facilmente presumibile, il Vescovo diocesano, prima di procedere a un abuso così grave, deve aver telefonato in Vaticano per chiedere il parere della Congregazione competente. Se così è avvenuto, la risposta del Cardinal prefetto può essere stata soltanto una: NO. Di fatto, però, il Vescovo argentino ha agito come voleva, mentre la testa del Cardinale, di lì a poco… è caduta. Spiegazione? Anche qui, ce n’è soltanto una. Due anni fa, tra l’altro, un sacerdote della diocesi di Buenos Aires di mia conoscenza, in una conversazione fra preti alla quale prendevo parte mio malgrado, si era accanito a sostenere che in un caso simile (in quel momento ancora puramente ipotetico) avrebbe senz’altro accolto la coppia per il Battesimo – senza nemmeno consultare il proprio Arcivescovo, del cui consenso era certo…?

A questo punto, partendo dalla nomina a Prelato della banca vaticana di una vecchia conoscenza (sodomita notorio ancora saldamente in sella nel bel mezzo di una raffica di decapitazioni); passando per l’ormai celeberrima battuta durante il volo di ritorno dal Brasile (che nella mente del popolo ha avuto più peso di una definizione dogmatica); continuando con le dichiarazioni quanto meno eversive delle interviste concesse a un quindicinale (nonostante il titolo) non più cattolico e a un quotidiano (per vocazione) velenosamente anticattolico; osservando altresì la liquidazione dell’opera purificatrice intrapresa da Benedetto XVI (con il correlativo trionfo della lobby curiale responsabile del complotto che pare lo abbia indotto alle dimissioni)...

... proseguendo ancora con il vergognoso colpo di mano all’ultimo Sinodo dei Vescovi ad opera di un onnipotente “segretario speciale” di nomina pontificia (carica prima inesistente); per arrivare infine alla defenestrazione dell’integerrimo Comandante delle Guardie Svizzere (che forse troppe ne aveva viste tra le sacre mura), all’udienza concessa a una poveretta spagnola che si è rifatta un corpo da uomo (come se questo bastasse a diventarlo) e – last but not least – alla promozione cardinalizia di un vescovo “di periferia” che ha svisceratamente (e misericordiosamente) perorato la causa delle unioni civili per i poveri omosessuali… lo scandalo di Cordoba, mondialmente amplificato dai poteri massonico-mediatici e dai sodalizi di pervertiti impenitenti, acquisisce lineamenti molto netti e viene ad occupare un posto ben preciso nel quadro di cui poc’anzi si discorreva.

Sicuramente chi ha certe tendenze va molto bene ai maltusiani, né corre generalmente il rischio di diventare… un “coniglio”. Il fatto è che san Pietro, come tutti i suoi autentici successori, non si è mai neppure sognato, non dico di approvare, ma anche solo di essere indulgente con i vizi contro natura; avrà semmai compatito chi ne è schiavo, pur insegnando che, se qualcuno vi si ostina con orgoglio, si esclude da sé dalla misericordia divina, sempre pronta a guarire e liberare, mediante ministri fedeli e avveduti, chi ha bisogno di ritrovare la propria vera identità e, con essa, un’autentica libertà. Nel regime attuale, invece, un Cardinale che, da vescovo, si è adoperato con successo in tal senso si è visto brutalmente relegato a un ruolo di mera rappresentanza…

Certo, anche il Principe degli Apostoli, la notte della Passione, rinnegò il suo Signore, ma fu per l’umana debolezza; subito dopo, quando il verso di un pennuto squarciò il silenzio, si ricordò delle parole udite poche ore prima dalla bocca del Maestro e pianse amaramente di compunzione. In quel luogo sorge oggi la chiesa di San Pietro in Gallicantu, nella quale il rigenerante dono delle lacrime è ancora largamente concesso a chi vi entri con il cuore contrito per i propri peccati. Nulla di più lontano dall’insidiosa ebbrezza della popolarità e del quasi unanime consenso mediatico (proprio quella mondanità così aspramente condannata a parole…).

Dopo le rovinose litanie del corvo e fra le stucchevoli iterazioni dei pappagalli di corte, giungerà il momento in cui canti il gallo? Almeno ad uno, ciò dovrebbe pur dire qualcosa, se non servirà con i suoi cortigiani (sempre a parole, così detestati…). A questi ultimi sembra doversi applicare, purtroppo, l’aggettivo usato dal cardinal Napier per qualificare il danno irrimediabile causato dalla Relatio pseudo-sinodale del 13 ottobre scorso: irredeemable.