Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 13 gennaio 2018


Rivoluzione e controrivoluzione



Mi capita spesso di ricevere da lettori o parrocchiani virtuali, poi divenuti reali, interessanti stimoli e riflessioni. Ne sono molto grato, non solo a loro per averle condivise con me, ma anche a Colui che ha dotato i Suoi fedeli del sensus fidei e dell’unzione dello Spirito Santo (cf. 1 Gv 2, 20), doni particolarmente utili e preziosi in questi tempi di terribile confusione. Il Signore non ci farà mai mancare l’aiuto di cui abbiamo bisogno in questa prova apocalittica. Anche se non siamo campioni di penitenza e mortificazione, come gli antichi Padri del deserto, raccomando però ad ognuno di fare del suo meglio per rendersi più docile alla voce del Maestro interiore e per migliorare la propria condotta in modo tale da contristarlo il meno possibile: anche se siamo lontanissimi dal poterli eguagliare nell’ascesi, resistere a questa tribolazione senza precedenti – secondo le loro stesse profezie – può renderci più grandi di loro. Ma veniamo al punto.

Negli ambienti tradizionalisti si sente spesso parlare di rivoluzione e controrivoluzione come chiave di lettura della storia, almeno di quella moderna. Indubbiamente ci sono in questa visione elementi di verità, ma non mancano limiti e rischi. Anzitutto c’è il pericolo di ridurre il problema a un fatto ideologico, perdendo di vista quel perenne conflitto tra la luce e le tenebre che – pur senza diventare un principio manicheo – è testimoniato dal Vangelo di san Giovanni: Et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt (Gv 1, 5); san Paolo specifica che la nostra battaglia non è contro creature di sangue e di carne, ma contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti maligni (cf. Ef 6, 12). Una possibile conseguenza di tale riduzione è la divisione dell’umanità in due opposti schieramenti di immutabilmente buoni e insanabilmente cattivi con l’implicita convinzione di appartenere ai primi, mentre l’unica chance che sembra rimanere ai secondi è quella di accettare una conversione intesa come lavaggio del cervello.

Un’impostazione del genere rischia di precludere l’accesso alla grazia a chiunque lo desideri pur senza esser disposto a un indottrinamento forzato, mentre in chi pensa di possedere la dottrina può creare la presunzione di non aver bisogno d’altro, facendo così apparire superfluo ogni sforzo di correzione e santificazione personale, sostituito da una passione disordinata per le discussioni e le controversie. In realtà la vocazione cristiana, lungi dall’esaurirsi in una mera condanna dell’errore e dei vizi che ne derivano, è l’ingresso in un regime nuovo, quello della grazia, che esige la rinuncia a Satana, alle sue opere e alle sue seduzioni (espressa negli impegni battesimali), nonché una lotta quotidiana contro il peccato. La vita nuova, resa possibile dalla fede e dal Battesimo, deve poi manifestarsi in una personalità e una condotta trasfigurate che lascino trasparire i tratti del Salvatore e rafforzino la credibilità della professione di fede. Guai a dimenticare o nascondere l’immensa carica positiva e la potente attrazione contenute nel Vangelo!

La contrapposizione tra rivoluzione e controrivoluzione, oltretutto, rischia di trasporre nel pensiero cattolico quella, estremamente deformante e riduttiva, tra Riforma e Controriforma, che nei libri di storia viene spesso spacciata per un dato indiscutibile che fa apparire la Chiesa Cattolica come un’istituzione costitutivamente retriva, reazionaria, nemica della libertà e del progresso, quando invece essa opera per il vero bene e la vera liberazione dell’uomo, che richiedono però l’intervento della grazia e si compiranno al di là dell’orizzonte storico. Se poi si cerca di combattere la gnosi immanentistica, storicistica e relativistica che domina la cultura contemporanea soltanto con le idee e con una determinata prassi rituale, si può insensibilmente scivolare in un’altra gnosi di segno contrario. Non c’è autentico cristianesimo senza una trasformazione del cuore e della vita; la retta fede deve esprimersi in un retto vivere.

Un’insidia ancor più sottile è che, nell’accanirsi a combattere un fenomeno, si rischia di assorbirne inconsapevolmente mentalità e dinamiche. Anche chi milita con ardente zelo nel campo della controrivoluzione, in effetti, può avere di fatto una forma mentis rivoluzionaria, in base alla quale si pone al di sopra di ogni autorità legittima e giudica ogni cosa a partire dalle proprie opinioni elevate a dogmi, anche in ambiti in cui il Magistero non ha ancora emesso un giudizio definitivo. Ognuno si erge a dottore e finisce con l’escludere dal suo favore chiunque non concordi perfettamente con la sua personale visione, con l’inevitabile effetto di uno sbriciolamento senza fine del fronte. Un atteggiamento genuinamente cattolico riconosce quanto c’è di vero e di buono in ogni posizione che non sia totalmente erronea, ne mostra i limiti e le incongruenze, la corregge e completa con la pienezza della verità e del bene.

Il mio guardare a Oriente non si illude di trovare la panacea per tutti i mali, ma scaturisce da un abbozzo di teologia della storia e da un tentativo di comprensione geopolitica che non siano del tutto impermeabili all’unzione dello Spirito Santo accolta nella preghiera. Non ignoro di certo che, su diversi punti, gli ortodossi siano in disaccordo con noi, ma non sto pensando primariamente al ripristino della comunione ecclesiale, bensì alla necessità di essere liberati dalla dittatura massonica che opprime il mondo e, ormai, anche la Chiesa Cattolica. In Russia si può osservare un’intesa e collaborazione tra l’autorità civile e quella religiosa che, in quella forma e misura, non si vedeva forse dall’epoca di Costantino e che l’ha resa un provvidenziale baluardo contro l’opera satanica di distruzione della persona umana, della famiglia naturale, della società e della vita.

Non so né come né quando giungeremo al superamento dello scisma, ma ho l’intima convinzione che sarà la Madre di Dio e della Chiesa a guidarci verso di esso in modi imprevedibili. Il metodo seguito da san Giosafat, nel XVII secolo, in quel momento storico pareva l’unico praticabile, dopo il rifiuto dell’unione sancita a Firenze nel 1439: il rapitore di anime portò innumerevoli ortodossi alla Chiesa greco-cattolica e pagò il suo apostolato con il martirio. Quando l’accesso al transetto di destra della basilica vaticana non era ancora riservato alle confessioni, andavo a pregare davanti al suo corpo ogni volta che ci passavo. Oggi bisogna tuttavia prendere atto che il Patriarcato di Mosca, sebbene sorto nel 1589 per un’iniziativa politica di Ivan il Terribile (a discapito della sede di Kiev, culla del cristianesimo slavo orientale, allora sotto governo cattolico), è un interlocutore che non si può ignorare, vista la sua vitalità prodigiosa e considerato pure che, da diversi anni, propone a noi cattolici una collaborazione nell’ambito della difesa dell’ordine naturale.

I russi conoscono bene gli effetti delle rivoluzioni, ma i loro Pastori, lungi dal perdersi in sterili controversie, hanno ripreso il cammino riallacciandosi alle radici della loro tradizione, sia pure con un’acuta consapevolezza delle sfide attuali a livello locale e planetario. Anche se il patriarca Kirill ha sottolineato, in un importante discorso, di essere stato intronizzato proprio nel giorno della festa di san Marco di Efeso (l’unico metropolita orientale che si rifiutò di firmare i decreti di Firenze), interpretando il fatto come un’indicazione celeste della missione di difendere l’Ortodossia, credo che abbiamo qualcosa da imparare anche da loro, nonostante le divergenze dottrinali. Nell’intervista di Natale il presule ha ribadito con vigorosa lucidità che una società che equipara il male al bene non può sussistere a lungo ed è prossima alla dissoluzione. L’apocalisse, del resto, non è certo una sua invenzione, ma un dato biblico che va preso sul serio.

La litigiosa frammentazione dei tradizionalisti di casa nostra finisce col fare il gioco degli avversari, indebolendo lo schieramento e rendendolo praticamente inoffensivo. D’altro canto, un motivo di grande consolazione è il poter costatare come il Signore, per le vie più diverse, riporti a poco a poco sacerdoti e fedeli sulla via della Tradizione perenne, riscoperta nei modi più impensati e ritrovata, nel generale disorientamento postrivoluzionario, come la vera patria spirituale e un tesoro vitale che ci era stato sottratto. L’importante è non irrigidirsi in forme di fanatismo irragionevole, ma rimanere duttili all’azione discreta e sicura dello Spirito Santo. Tutte le rivoluzioni danno vita a regimi contro natura che forzano la realtà e violentano le menti, finché la realtà non riprende inesorabilmente il sopravvento e le persone ritrovano la libertà interiore di dire bianco ciò che è bianco e nero ciò che è nero. Nell’ultimo mezzo secolo questo è successo anche nella Chiesa, ma il sensus fidei finisce inevitabilmente col riaffiorare, visto che è un dono soprannaturale.

I rivoluzionari in clergyman intuiscono probabilmente di avere le ore contate e stanno tentando il tutto per tutto per realizzare la propria agenda, ma l’aggressività e intolleranza che li connota è sintomo di estrema debolezza: il loro è un potere basato soltanto sulle menzogne della propaganda e sull’appoggio del sistema massonico che oggi appare imbattibile, ma può dissolversi nel giro di pochissimo tempo. Non conosciamo certo i piani di Dio, ma possiamo presumere che, oltre alle prove, ci riservino grandi sorprese. Il nostro impegno principale, allora, non deve consistere tanto in un rabbioso contrasto alla rivoluzione, quanto in una gioiosa e pacifica riappropriazione di ciò che è nostro: è questo che fa più paura e porta più frutto. Siamo d’altronde innestati su un albero che non può seccare né essere abbattuto. Non praevalebunt!

Lux orta est iusto, et rectis corde laetitia (Sal 96, 11).

sabato 6 gennaio 2018


Lettera aperta a Vladimir Putin



Да благословит Бог Святую Матерью Россию!

Signor Presidente,

mi permetto di scriverLe incoraggiato dalle notizie certe circa la Sua fede genuina, caratterizzata da un’ardente devozione per la Madre di Dio. È questa fede che Le ha suggerito di far sorvolare il Suo immenso Paese dalla veneranda icona della Kazanskaja, nonché – da quanto si dice – di chiederne l’attesa consacrazione, per quanto invano, a colui che in questo momento occupa il Soglio petrino. Tali atti, nel quadro di decisi interventi a favore della moralità, della natalità e della famiglia, mi sembrano segni inequivocabili, da parte di un Capo di Stato, di una volontà politica inquadrata in una profonda visione religiosa, segni tanto più sorprendenti quanto più contrari alla nefasta eredità del secolo passato. In pochissimi decenni, da quando la santa Russia si è liberata del disumano giogo sovietico, la vita della Chiesa vi è straordinariamente rifiorita, nonostante le piaghe lasciate da settant’anni di un regime nemico di Dio e dell’uomo.

Al tempo stesso sono anche le lezioni della storia, riletta con l’occhio della fede, a spingermi a rivolgermi a Lei nella tragica ora che l’Occidente e la Chiesa Romana si trovano a vivere. Lei stessa ha più volte stigmatizzato l’insensata corsa dei governi occidentali verso la rovina, meravigliandosi del fatto che i popoli da essi guidati non si rendano minimamente conto del pericolo che incombe su di loro. Anche sulle condizioni in cui da noi versa la Chiesa, Lei è certamente ben informato: la deriva nichilistica della società è al contempo causa ed effetto della dimenticanza della trascendenza divina proprio da parte di chi dovrebbe farla conoscere e amare, anzitutto nella propria persona trasfigurata, come avvenuto nella vita dei Santi e dei grandi starec. Questa situazione ha provocato un’avanzata decomposizione morale, con un’immane sofferenza per quelle anime che conservano ancora la fede, oppresse dalla tirannia di anime morte.

Per certi versi le nostre attuali condizioni richiamano alla mente quelle della Russia a cavallo tra il XIX e il XX secolo; in quale tragedia esse siano allora sfociate, non c’è bisogno di ricordarlo. La differenza principale, per noi oggi, consiste nel fatto che la Chiesa, anziché scuotersi di dosso il giogo statale come fece – sebbene per poco – il Patriarcato di Mosca nel 1917, sembra sempre più sottomessa, almeno nei suoi vertici, alle ideologie distruttrici del mondo, i cui signori paiono ormai dettar legge anche nelle stanze vaticane. Questa infiltrazione delle forze delle tenebre nella Città di Dio è sicuramente uno di quei segni apocalittici che il Suo coraggioso Patriarca ha di recente ravvisato nell’odierna congiuntura storica. La sua parola franca e illuminante è una voce quasi unica in tutta la cristianità, la quale, nonostante le dolorose divisioni che ancora persistono, può riceverne incoraggiamento e ispirazione. Sono ben pochi, da noi, i Pastori capaci di riconoscere i prodromi dell’avvento dell’Anticristo, che appaiono però sempre più evidenti.

La Terza Roma non potrà certamente sostituire la prima sul piano ecclesiale, ma sembra senz’altro chiamata, nei piani di Dio, a un provvidenziale compito sul piano politico e su quello spirituale. Non per nulla la Bogorodica ha tanto insistentemente richiesto la consacrazione del Paese di cui essa è capitale, il quale, avendo vittoriosamente superato una delle più lunghe, crudeli e sistematiche persecuzioni religiose della storia cristiana, si è conservato immune da quell’apostasia strisciante che ha spento la fede nei Paesi occidentali. Alla luce della situazione attuale, si può forse intuire una ragione provvidenziale del malaugurato scisma del 1054: mille anni più tardi, una parte della Chiesa sarebbe sussistita indenne dal tradimento al quale qui siamo costretti ad assistere. Anche quei settori della Chiesa Cattolica che si considerano conservatori, per lo più, tacciono di fronte all’evidenza, attenti come sono a difendere le proprie posizioni, che tuttavia rappresentano non tanto la vera Tradizione, quanto una variante già contraffatta del cristianesimo.

Nel corso della storia, Dio ha suscitato un re pagano, Ciro, per liberare gli Ebrei dalla cattività babilonese; per mezzo dell’Impero Romano, la Provvidenza ha unificato il mondo antico perché il Vangelo vi si diffondesse con una rapidità fulminante; lo Spirito Santo ha condotto santa Olga alla fede e il nipote san Vladimiro al Battesimo per sé e per tutto il suo popolo, attirato dagli splendori del rito bizantino, in cui scoprì il cielo sulla terra. Colui che si prende gioco dei potenti si è perfino servito di un precursore dell’Anticristo, quale fu Napoleone Bonaparte, per castigare la Chiesa Romana del Settecento, i cui Pastori trescavano con illuministi, liberali e cicisbei. Quanto più il Pantocrator sarà pronto a inviare un fedele Capo di Stato cristiano per ristabilire i Suoi diritti violati e far di nuovo risplendere la luce della retta fede là dove essa è stata oscurata dall’errore elevato a norma, dal peccato giustificato e promosso, da empi accordi con i nemici di Dio!

Se davvero una guerra con il blocco euro-atlantico si profila inevitabilmente all’orizzonte, osiamo confidare nell’ipotesi che il Signore intenda permetterla per consentire a Lei di abbattere l’immonda piovra del potere massonico che ci sta soffocando spiritualmente e avvelenando fisicamente, per ridurre la popolazione mondiale e sottometterla a una ristretta élite di satanisti. Voi russi ben conoscete questi demoni incarnati che, a suo tempo, diressero e finanziarono la “rivoluzione”; la vostra esperienza, unita all’immenso potere impetratorio delle immani sofferenze sopportate dal vostro popolo, deve pur tornare a beneficio di tutta l’umanità. Le preghiere che nel 1930 papa Pio XI ordinò di recitare per voi alla fine della Messa, l’atto di consacrazione compiuto per iscritto da Pio XII nel 1952 e l’intenzione posta da Giovanni Paolo II nel consacrare il mondo, nel 1984, al Cuore Immacolato di Maria hanno già portato frutto per voi; ora devono portarne per tutti gli uomini, che attendono liberazione dai prediletti della Madre di Dio.

È proprio Lei che, tramite strumenti terreni, dovrà schiacciare la testa del serpente infernale e le potenze di cui si serve. Il trionfo profetizzato a Fatima non esclude la collaborazione umana, al contrario la richiede e incoraggia. Per questo, in vista di quella riconciliazione che sotto papa Benedetto XVI sembrava così vicina, Le assicuriamo le nostre preghiere, unendole a quelle di tanti monaci e monache dell’Ortodossia. Con le nostre invocazioni chiediamo al Signore del cielo e della terra di volerLe assicurare la vittoria, in caso di conflitto, e di suscitare nel Suo cuore la ferma volontà di venire in soccorso alla Sede petrina, attualmente occupata da ecclesiastici empi e perversi che si sono resi complici dell’opera diabolica di distruzione della famiglia, della vita e della persona. La profonda ammirazione per le coraggiose decisioni da Lei prese contro la denatalità e contro la propaganda di mutazione antropologica ci fa sperare che la Provvidenza intenda darLe un compito ancora più ampio, a favore di tutta la Chiesa e del mondo intero.

A questi auspici, a cui, come confidiamo, il Suo cuore non sarà insensibile, uniamo i più fervidi auguri di bene e di pace per l’imminente Natività del Signore.

Dio benedica la Santa Madre Russia!

sabato 30 dicembre 2017


Papaveri e papere



L’anno politico si è concluso con un altro spaventoso attacco all’inviolabilità della vita umana, che apre a crimini ancora peggiori. Chi avrà dichiarato di non voler essere curato, quando qualcun altro deciderà al suo posto che non bisogna insistere, potrà essere soppresso. In un futuro non lontano sarà il turno di quelli che già oggi non possono esprimersi: dementi, disabili e persone in coma. La mentalità nazista ha ormai conquistato non solo i politicanti, miserabili burattini in mano ai poteri occulti, ma anche la maggioranza della popolazione e i dirigenti della “neochiesa”, che non hanno battuto un colpo. Una strategia mediatica a medio termine, soprattutto mediante popolari serie televisive, ha ipnotizzato le menti e intorpidito i cuori: nonostante i dilemmi emotivi dei personaggi, tutte le storie si concludono con un’ineluttabile sentenza di morte. E poi, per la povera Eluana e il piccolo Charlie, lasciati morire in modo disumano, quanti ancora sono stati in grado di distinguere tra una fiction e la realtà reale?

La morale cattolica non ha mai prescritto l’accanimento terapeutico, ma esige – come già la retta ragione – che si mettano in atto tutte le cure possibili (purché siano proporzionate all’effetto che ci si può ragionevolmente attendere) e che ogni malato venga assistito fino all’ultimo. Morire di fame e di sete non è certo un modo più umano o dignitoso di concludere l’esistenza, specie se non ci si può più esprimere né far rispettare. Ma questo è un altro di quei “progressi” che sono stati decretati da quegli stessi satanisti che hanno imposto i nuovi vaccini, veri e propri veleni capaci di provocare, in certi casi, autismo, ritardi nella crescita e deficit immunitari; sembra che in alcuni di essi ci siano anche sostanze prelevate dai feti abortiti. Vien da chiedersi per qual motivo se ne siano felicitati tanto Vincenzo e Francesco.

Naturalmente ogni operatore sanitario, cattolico o no, è obbligato dalla coscienza a rifiutarsi di applicare l’iniqua legge, che contraddice radicalmente la missione e la deontologia medica. Una disposizione umana che violi palesemente la legge naturale e quella rivelata non ha forza di obbligare nessuno; al contrario, è un obbligo morale opporle resistenza, costi quel che costi. Se la maggioranza del personale pubblico e privato si rifiuta di applicarla, non possono licenziarli tutti, salvo chiudere cliniche e ospedali. Bisogna prendere coscienza del potere che può acquisire un numero crescente di persone che vadano in senso contrario a quello imposto dal totalitarismo massonico che governa il mondo: i movimenti per la vita americani insegnano. Anche nella Chiesa, grazie a Dio, la loro voce si è provvidenzialmente alzata e non la si potrà ignorare. Gridate, ribellatevi, rifiutate l’obbedienza a chi va fuori strada e vuol condurvi fuori strada.

Non vorremmo montarci la testa, ma dobbiamo prendere atto che, dopo la consacrazione della Santa Sede al Cuore Immacolato di Maria, hanno cominciato a levarsi delle ventate che stanno facendo tremare più d’un papavero vaticano. Il primo è stato il fabbriciere di San Pietro, di cui si è venuto a sapere, a metà novembre, che ha insabbiato uno scandalo di pedofilia che supera l’immaginazione, semplice punta di un gigantesco iceberg cresciuto per decenni proprio sotto i suoi occhi. A sua difesa ha affermato che l’accurata “inchiesta” interna, da lui promossa a suo tempo, non avrebbe appurato se non puerili dicerie e calunnie; ciononostante – già che c’era – ha totalmente rinnovato l’équipe del seminario coinvolto: come mai, se filava tutto liscio? Ma la credibilità (e il pudore), a quanto pare, non è in cima alle sue preoccupazioni. E poi, suo malgrado, c’è santa Teresa di Calcutta a fargli da sponsor, oltre ai finanzieri dell’Urbe e dell’orbe.

Il secondo, a stretto giro, è il brillante biblista meneghino che gira il mondo per cortili di pagani e relativi riti animisti, degno epigono di quel suo maestro in grembiulino che metteva in cattedra gli atei e pose giustamente termine alla sua vita con un’iniezione letale, immolandosi così alla causa del “progresso”. Il porporato (Vanda, per le amiche) presiede uno di quei tanti dicasteri inutili – o, meglio, dannosi – che costano alla Santa Sede una vera e propria emorragia di denaro che finisce nelle tasche di solerti funzionari, faccendieri e gigolo. A quanto pare, la sua passione per la cultura non ha confini, tanto è vero che un suo usciere si è fatto beccare dai Carabinieri in possesso di parecchie dosi di cocaina e di cinque pennette zeppe di materiale pedopornografico, che secondo gli inquirenti doveva consegnare a qualcun altro. Il poveretto, in prigione da quattro mesi, non si è ancora fatto sfuggire un fiato: meglio qualche annetto di galera che un pilastro di cemento come tomba.

È poi la volta – udite, udite – di colui che è il braccio destro del Dittatore nella “riforma” della Curia, l’avvocato dei poveri e delle periferie, quello che ha dato del pover’uomo frustrato nella scalata al potere a un suo collega cardinale che si era permesso di esprimere dei dubia. È saltato fuori che, in qualità di gran cancelliere dell’università cattolica dell’arcidiocesi da lui diretta in America Centrale, il pover’uomo (lui, sì) riceveva come rimborso-spese la modica cifra di 35000 (trentacinquemila) euro… all’anno? macché, al mese: che diamine, con tutti i viaggi che deve fare per “lavoro”… Il suo ausiliare, non meno ben pagato, ha potuto provvedere di automobile, nonché di appartamento in centro, l’amico messicano che, fino a quel momento, aveva ospitato sotto il proprio tetto: questa sì che è accoglienza dei migranti! Non è ben chiaro, invece, che fine abbia fatto il fiume di soldi che lo Stato honduregno ha versato per anni a fantomatiche fondazioni diocesane che si occupano di formazione e sviluppo (leggi: cortine fumogene).

Forse son solo avvertimenti mafiosi o regolamenti di conti per mezzo di giornalisti prezzolati, ma se l’Immacolata vuol rovinare quegli ipocriti lasciando che si sbranino fra loro, ben venga. Ora ci auguriamo che anche Vincenzo e Marcelito, se non altro per par condicio, abbiano il loro momento di gloria. Certo, i due sono già abbastanza noti al pubblico: il primo (che ha lasciato in diocesi una voragine finanziaria) per l’intima amicizia con il fu Giacinto detto Marco; il secondo per le conferenze di altissimo livello, opportunamente ospitate nel Casino di Pio IV, cui invita i più zelanti apostoli della riduzione della popolazione mondiale (perseguìta mediante aborto, contraccezione, sterilizzazione, omosessualismo, eutanasia e vaccini di ultima generazione). Intanto le case farmaceutiche, vere responsabili dell’accanimento terapeutico e di tante altre mostruosità, esultano, visto che la Chiesa Cattolica, da nemica, è diventata la loro migliore alleata. Presto anche da noi, oltre a tutto il resto, il servizio sanitario nazionale fornirà simpatiche fialette per “sedare” il nonno che soffre, o magari un’opportuna cura ormonale per frenare lo sviluppo del bambino in attesa che decida se si sente maschio o femmina…

Viva il progresso! Finalmente anche la Chiesa ha ricuperato il ritardo di ben duecento anni che l’aveva esclusa da quell’irresistibile sviluppo che porta il mondo verso il suo compimento, culmine di un’evoluzione immanentistica che il cardinale suicida, in alcune notturne conversazioni gerosolimitane, identificava nientemeno che con… Dio! Ecco qual era la sua vera “fede” (e qual è quella dei discepoli di lui che, nelle medesime conversazioni, si era umilmente definito antepapa): una fede massonica in piena regola, tanto di cappello! I frutti del paziente lavorio preparatorio stanno finalmente maturando; non c’è nemmeno voluto un Vaticano III, è bastato un Bergoglio con qualche altro squinternato della stessa risma. Elementare, Watson, elementare… Ma tutti quei papaveri, se arriva un colpo di vento, rischiano di rimanere senza petali. Noi saremo pure papere, ma il vento e l’acqua ci scivolano sulle piume; ci siamo abituati.

Deus meus, pone illos ut rotam et sicut stipulam ante faciem venti (Mio Dio, rendili come turbine e come pula di fronte al vento; Sal 82, 14).

sabato 23 dicembre 2017




















Profezia di Natale



Aperite portas, et ingrediatur gens iusta, custodiens veritatem. Vetus error abiit: servabis pacem; pacem, quia in te speravimus (Is 26, 2-3).

Ciò che consente al cristiano di attraversare le prove più dure è la certezza del trionfo finale della verità e del bene. Lo sguardo profetico, al di là del tempo presente, scorge in anticipo il compimento dei piani divini. Nella Città di Dio le porte sono già spalancate all’ingresso del popolo giusto, quello che custodisce la verità, ovvero la crede e la osserva. Il profeta vede già realizzato ciò che quel popolo attende: il vecchio errore s’è dileguato e il Signore concede la pace – quella pace, tuttavia, di cui non può godere se non chi l’ha desiderata, attesa e preparata sperando attivamente in Lui e rendendosene degno con una fedeltà a tutta prova.

Qualsiasi errore è già vecchio nel suo stesso sorgere, in quanto frutto di un regresso alle opinioni umane e di una chiusura all’eterna novità della verità rivelata. L’unica eresia veramente originale è quella di Lutero, che in questo si distingue effettivamente dagli altri eresiarchi. Essa non soltanto è all’origine dello storicismo, del soggettivismo e del relativismo moderni, ma distrugge pure il nocciolo della vita cristiana e, portata alle estreme conseguenze, scardina i misteri principali della fede, tanto l’unità e trinità di Dio che l’Incarnazione redentrice. Altri sedicenti “riformatori”, invece, riprendono idee vecchissime rivestendole di un abito “cristiano” e rendendole così ancora più perniciose, come fa Calvino con la predestinazione: se l’Eterno concede la grazia solo agli eletti, tutti gli altri devono inevitabilmente peccare (e sono, in fin dei conti, scusati).

Sulla scia del frate rinnegato, nel vano tentativo di ricuperarlo, un teologo “cattolico” considerato – supremo inganno! – paladino dei conservatori è giunto a sostenere addirittura un conflitto tra le Persone divine: secondo Hars Urs von Balthasar, non sarebbe stato il povero Giuda a tradire Cristo, ma il Padre stesso, che lo avrebbe abbandonato alla condanna… È molto peggio delle rozze sparate dell’inquilino di Santa Marta: è una bestemmia che attribuisce il male a Dio. Altri pseudoteologi contemporanei (che sarebbero già caduti nell’oblio, se non fossero i manuali delle facoltà a riesumarli) arrivano a presentare l’uomo come un essere costitutivamente viziato e incline al peccato, al quale solo una divinità sadica, vera responsabile del male, può imporre norme morali assolute che non è in grado di osservare: di qui il proclama di un’epicheia universale e permanente, cioè di una totale e definitiva sospensione dell’etica. Di nuovo, sotto il sole, ci sono soltanto assurdità del genere – sempre che non si tratti di reviviscenze del manicheismo.

Perfino la “nuova” Messa, strumento privilegiato della rivoluzione conciliare, era già vecchia quando fu illegalmente imposta, visto che non è altro che una riedizione della “messa” protestante di Lutero e di Cranmer. Facendo astrazione dalla fondamentale opposizione tra sacrificio e riunione fraterna, secondo le icastiche osservazioni di due monaci tradizionali le differenze tra il vetus e il novus ordo si possono sintetizzare nel fatto che il primo è rivolto a Dio, il secondo all’uomo; il primo sostiene la fede, il secondo dev’essere sostenuto dalla fede; il primo – mi permetto di aggiungere – comunica al sacerdote i sentimenti di un sovrano invincibile che esce in battaglia con la certezza assoluta di riportare vittoria, il secondo ingenera in lui il disagio di un attore costretto a recitare una parte scadente e per nulla convincente.

Chi non ha la possibilità di frequentare la Messa di sempre, ovviamente, deve fare del suo meglio con ciò che è a sua disposizione: cerchi una celebrazione che sia per lo meno decorosa o, se non c’è altro, sopporti e offra con fede, guardando profeticamente alla fine dell’errore come a cosa già avvenuta. Il Signore ricompensa largamente la pazienza umile, fiduciosa e perseverante; a volte, per incoraggiarci, ci fa persino pregustare per un istante il premio che ci tiene in serbo nella Sua città, le cui porte sono fin d’ora aperte alla contemplazione e all’amore. Tante amarezze non potranno sommergerci, se il nostro cuore è fisso là dov’è la vera pace, fondata sulla giustizia e sulla fedeltà (anzitutto quella di Dio verso di noi, ma anche, per Sua grazia, la nostra verso di Lui).

La nave della Chiesa, certo, sembra andare alla deriva, in mano a cattivi nocchieri che ne hanno preso i comandi per schiantarla sugli scogli del mondo facendo credere – come ho dovuto sentire con le mie stesse orecchie da due diversi penitenzieri pontifici – che le cose non siano mai andate meglio e che le nuove indicazioni riguardo ai divorziati risposati non contengano nulla di contrario alla dottrina. D’accordo, ammettiamo pure che nelle istituzioni romane ci sia stato un totale ricambio di personale, come nelle peggiori dittature; ma almeno un po’ di pudore me lo aspettavo ancora, in anziani religiosi che fino a pochissimi anni fa davano una garanzia di ortodossia. L’allineamento, comunque, non è completo, come dimostra il coraggioso manifesto dei movimenti per la vita, che rappresenta un’efficace forma di resistenza.

So bene, cari fratelli, quanto vorreste vedere i vostri sacerdoti uscire allo scoperto, ma non avete idea delle ritorsioni cui ci esporremmo, che ci neutralizzerebbero completamente. D’altra parte (almeno finché non sarà inevitabile) non intendo cedere alla tentazione di pormi in una situazione irregolare: non è per codardia né per ossequio ai cattivi Pastori, ma per fedeltà alla costituzione divina della Chiesa e, quindi, per obbedienza a Dio. Non si tratta di cavilli formali, ma di una questione fra le più sostanziali: essere membro vivo della Chiesa visibile significa appartenere pienamente al Corpo mistico di Cristo e comunicare a tutti i beni soprannaturali che circolano al suo interno. Se ci sono Pastori che, di fatto, ne sono separati dall’eterodossia o dalla disobbedienza a Colui che rappresentano, è un problema anzitutto per loro, ma questo non deve portarci a rifiutare il loro ruolo in se stesso: noi, continuando a riconoscere l’autorità apostolica (sebbene sia da alcuni detenuta in modo illegittimo), rimaniamo nel Corpo a tutti gli effetti.

La barca – come potete vedere nell’affresco sopra riprodotto – non è abbandonata a se stessa: al timone c’è san Pietro, a prua ci sono gli angeli e, al centro, la Madre del Signore. Stando tra le Sue braccia, il Bambino riconsegna le chiavi al Pescatore: anche questa è una profezia. Quel potere che, in questo momento, nessuno esercita nel modo e per il fine stabiliti da Cristo sarà di nuovo trasmesso a qualcuno che, con l’aiuto della fede e della grazia, ne sia all’altezza. Coraggio, dunque: il Cielo è con noi, seppure invisibilmente. La Madre di Dio e della Chiesa sta per intervenire. Non è Lei, ovviamente, a detenere il potere delle chiavi, ma è per Suo mezzo che il Figlio vuol conferirlo a un prediletto della Regina, a un apostolo degli ultimi tempi.

Rinunciamo a pronostici, messaggi e segreti (di cui c’è un’inflazione quanto meno sospetta) e lasciamo a Lei la scelta. Non ci è chiesto di prevedere i dettagli o di conoscere in anticipo quanto non è necessario alla nostra santificazione, ma solo di nutrire fede, speranza e carità – senza trascurare alcuna delle tre. Rimaniamo con fiducia nella barca, respingendo ogni subdola tentazione di fabbricarci illusorie scialuppe: la Chiesa è una, quella di Cristo; non ce n’è una vera e una falsa, bensì l’unica Chiesa è in stato di occupazione. Si avvicina però il momento in cui quanti ne sono a capo solo in apparenza, in quanto apostati o eretici, saranno buttati a mare, se non si saranno convertiti. Per noi, invece, valga il luminoso auspicio di san Paolo: «La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodisca i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 7; leggere con calma tutto il capitolo). Auguro a tutti voi un Natale gioioso e benedetto.

N.B. A scanso di equivoci, il luogo in cui si trova l’affresco non è un indizio utile a individuarmi: ho visitato la chiesa, ma non sono fra i sacerdoti che la servono.

sabato 16 dicembre 2017


Corone d’Avvento



In un’epoca in cui si relativizzano anche le norme cultuali più sacre, spuntano spontaneamente (scusate l’allitterazione) nuove osservanze che in breve tempo diventano obbligatorie. Tale è il caso delle cosiddette corone d’Avvento, che sono ormai immancabili in chiese, oratori, refettori e sale di rappresentanza; manca solo che si elabori un rito per l’accensione e lo spegnimento dei ceri. Qua e là, in qualche convento, potrebbe esserci chi ha lodevolmente provveduto a questa intollerabile carenza, ma in ogni caso la nuova usanza è seguita con uno zelo e una precisione straordinari. È proprio vero: l’uomo ha bisogno di rituali; se le “riforme liturgiche” glieli riducono al di sotto del minimo vitale, se ne inventa di nuovi.

Naturalmente non mancherà chi, sulla scorta della visione orizzontalistica che è invalsa anche nella Chiesa, sentenzierà prontamente che si tratta di un bisogno puramente psicologico di sicurezza. Moltiplicare i rituali è certamente un sintomo di nevrosi, ma la presenza di un numero contenuto di essi è caratteristica della vita di tutti. La ritualità, in effetti, è un fatto antropologico: essa è una dimensione della vita umana – e non solo nelle culture antiche o in quelle primitive. La società postmoderna non celebra più il Natale cristiano, ma lo ha trasformato in una “festa d’inverno” con tutte le sue imprescindibili osservanze. Oggi ci sono “comandamenti” sociali che non si possono assolutamente disattendere, per la gioia di mercanti e operatori turistici.

La ritualità – quella seria – è un modo in cui l’uomo dà un significato superiore alle attività utili o necessarie alla sua esistenza, o meglio riconosce ed esprime il significato che esse hanno già di per sé in quanto compiute da un essere dotato di coscienza e libero arbitrio. Gli stessi atti legati alla nutrizione e alla riproduzione, che l’uomo ha in comune con gli animali, portano in sé ben altro valore e manifestano la sua natura relazionale. Non a caso si mangia intorno a un tavolo; l’uomo e la donna, unendosi secondo natura, si guardano necessariamente in volto, a differenza delle bestie. Tutto ciò che riguarda la conservazione e la trasmissione della vita, lungi dal rimanere confinato al piano meramente fisico, è elevato dalla dignità umana a un grado superiore.

Gli etologi insorgeranno affermando che la realtà dei rituali non è esclusiva all’uomo, essendo riscontrabile anche nel regno animale. Di fatto, però, nessun’altra creatura è consapevole di ciò che fa o può scegliere liberamente tempi, modi e circostanze per farlo. L’uomo non è totalmente determinato dall’istinto né da leggi naturali; la stessa conservazione della vita e della specie può essere posposta a valori di ordine superiore all’esistenza terrestre, perfino nel paganesimo. Fra gli animali i rituali sono indizi del fatto che il Creatore ha ordinato l’universo in vista e in funzione dell’uomo, Suo capolavoro, disponendo un’ascesa graduale dalla vita vegetativa a quella sensitiva a quella razionale. Qualcosa di ciò che è caratteristico ed esclusivo della creatura dotata di anima spirituale è in qualche modo abbozzato nelle creature inferiori.

È la dignità stessa della persona umana – oltre al rispetto degli altri – che esige il pudore nel modo di presentarsi e nelle manifestazioni affettive più intense, che è naturale riservare a tempi e luoghi di intimità; è proprio su questo punto, fra gli altri, che i poteri occulti ci violentano da decenni con mode, spettacoli e usanze indecorose cui tanti si sono assuefatti, degradandosi a bestie. Ma ci sono anche abitudini apparentemente meno nocive, sebbene non poco diseducative, come quelle legate ai pasti. Per esempio, è gravemente sbagliato permettere ai bambini e agli adolescenti di abbandonare la tavola prima che tutti abbiano finito di mangiare e che il pasto si sia concluso: è come dire che si è lì unicamente per rifocillarsi ed è come se le altre persone non ci fossero.

L’essere umano, per sua stessa natura, riconosce una gerarchia di valori fondata sulla sua dignità intrinseca, che a sua volta dipende dalla sua origine. L’uomo riconosce tale gerarchia dall’interno della sua coscienza, prima ancora che in virtù di norme positive. La legge naturale è inscritta nella sua ragione quale evidenza di una legge immutabile, quella divina, che la Rivelazione, accolta mediante la fede, completa e perfeziona. Ogni suo gesto, dal più piccolo al più grande, deve essere regolato e plasmato dalla volontà del Creatore, la sola che possa condurlo al suo pieno compimento. Abituare i piccoli a trascurarla nei comportamenti ordinari significa renderli incapaci di riconoscerla e osservarla in quelli decisivi e nelle grandi scelte della vita.

La natura spirituale dell’uomo nobilita dunque, già di per sé, le attività che ha in comune con gli animali; la grazia, poi, le eleva ulteriormente in quanto sono proprie di un essere che non solo è immagine di Dio, ma è anche Suo figlio adottivo, partecipe della Sua vita soprannaturale. Per questo l’unione sessuale può avvenire lecitamente soltanto all’interno del matrimonio, che è già indissolubile per diritto naturale e, per i battezzati, è un sacramento, cioè un atto compiuto da Cristo stesso mediante i ministri umani (quindi un atto su cui nessuna autorità terrena ha potere). Per questo i cristiani pregano prima e dopo i pasti, chiedendo la benedizione del Creatore e rendendogli grazie per i Suoi doni, che sono loro concessi per aiutarli a pervenire alla mèta eterna.

Oggi, nella confusione metafisica in cui è immersa, la gente tende a considerare persone anche gli animali, ma credo proprio che nessuno accetterebbe, non dico di mangiare nella ciotola del cane, ma nemmeno di lavarla con le stoviglie. Tante donne che non hanno prole e ricorrono a tutti i mezzi per non averne, accoppiandosi magari come capita, trattano poi i loro cagnolini come fossero figli, ma non hanno affatto l’aria di donne felici e realizzate. Viceversa, provate a dare del cane al figlio di qualcuno… D’altro canto, c’è chi insegna nelle scuole che la bestialità è un’opzione sessuale fra le tante. Vedete dove ha portato la “libertà di coscienza”, basata su una falsa esaltazione della dignità umana? Tanti sventurati hanno perso non solo la fede, ma anche la ragione e la dignità stessa.

Il Verbo divino si è incarnato, certo, per svelare all’uomo l’altissima sua vocazione, elevandone al contempo la dignità in modo impensabile, come recita un testo della Gaudium et spes diventato un “tormentone” della teologia postconciliare. C’è tuttavia un piccolo dettaglio che, forse, è rimasto un tantino in ombra: che l’uomo, cioè, era separato da Dio a causa del peccato originale nonché di tutti i peccati susseguenti e doveva quindi esser liberato dal potere del diavolo mediante il sacrificio del Figlio, nato nella carne per poter soffrire e morire sulla croce al posto dei peccatori e in espiazione delle loro colpe. L’ottimismo rimane, sì, ma più prudente, umile, vigilante; meglio giustificato, ma conscio dell’inevitabile battaglia: la salvezza ottenuta deve estendersi a tutta l’esistenza e la si può ancora perdere, specie se la si considera solo una bella sverniciata che nasconde la ruggine, facendoci apparire giusti anche se continuiamo tranquillamente a peccare in materia grave…

Alla fin fine, norme e osservanze (quelle importanti) sono proprio necessarie. In tanti campi, però, la “neochiesa” dirotta l’attenzione sulle stupidaggini, quasi che certe pratiche avessero il potere di sanare automaticamente adultèri, fornicazioni, sodomie e impurità varie, per non parlare delle tremende ingiustizie su cui prospera l’attuale sistema socio-economico… Ma perché guastarvi le feste con questo genere di considerazioni? Perché ormai nessuno vi rimane estraneo, nemmeno i bambini. Quali raccapriccianti violenze, per esempio, è costata l’estrazione della lega indispensabile alla fabbricazione dello smartphone o del tablet che è sotto l’albero? Sarebbe interessante parlarne, ma vi toglierebbe l’appetito; magari un’altra volta. Partendo dalle corone d’Avvento, sono andato un po’ troppo lontano. Nella misura del possibile, prepariamoci a un santo e sereno Natale.