Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 24 giugno 2017


Omosessualismo e tradizione



Ingemuit totus orbis et homoereticum se esse miratus est (libero adattamento da san Girolamo).

Se si modifica il quadro intellettuale, cambia non solo la valutazione della realtà, ma anche la sua stessa percezione. Succede così che persino le azioni oggettivamente più disgustose e degradanti che un essere umano possa commettere siano considerate legittima espressione di un’opzione fra le tante. Questo è dovuto, in parte, a una tendenza all’astrazione che scarta a priori la considerazione dei comportamenti concreti a vantaggio di presunti “valori”, in parte a una distorsione del processo cognitivo che fa percepire in modo positivo anche ciò che, di per sé, è quanto di più ripugnante ci sia. Per provocare l’una e l’altra, per decenni è stata attuata una strategia sottilmente invasiva che ha appunto modificato il pensiero collettivo perché una condotta che era universalmente rigettata fosse non solo considerata normale, ma addirittura indice di eccellenza.

La prima risorsa di tale strategia è il conio di nuove parole con cui far penetrare l’inaccettabile nel linguaggio corrente. Ora, però, già il solo termine omosessualità (con la correlativa distinzione dall’eterosessualità) è un’assurdità linguistica e concettuale: la sessualità, per definizione, non può essere esercitata se non tra due partner di sesso diverso, in quanto la sua stessa natura richiede una complementarietà. In altre parole, essa non può essere altro che eterosessuale, motivo per cui anche quest’ultimo neologismo è superfluo e fuorviante. Di conseguenza la divisione dell’umanità in due categorie (omo ed etero) è contraria alla realtà. Se si ammette questo principio, oltretutto, non c’è ragione di fermarsi a due sole forme di sessualità: di fatto, secondo l’ideologia gender, le si può moltiplicare a piacere, ma questa è semplicemente un’aberrazione. Dal punto di vista scientifico si può parlare unicamente, quando è il caso, di malformazioni organiche o di disfunzioni ormonali, mentre sul piano psicologico esiste il fenomeno dell’attrazione verso persone del medesimo sesso (omofilia), ma si tratta ovviamente di un problema affettivo che esige soluzione.

Se passiamo all’ambito morale, i comportamenti omoerotici, insieme alle altre forme di perversione sessuale, sono una sfida all’ordine naturale nonché un gravissimo affronto alla dignità dell’essere umano e, di conseguenza, a Dio stesso, del quale l’uomo è immagine e che di quell’ordine è autore. È per questo che il catechismo annovera i peccati impuri contro natura (cioè tutti i peccati sessuali che non rispettino la natura unitiva e feconda della sessualità) fra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio, reclamano cioè a gran voce riparazione e castigo. Essi, oltre a degradare le persone nel modo peggiore, le avviano verso la sterilità e l’impotenza, perché sganciano il piacere sessuale (che nelle giuste condizioni non è un peccato in sé, ma un fatto naturale che stimola l’uomo a riprodursi) dal fine proprio dell’atto, concentrando su di sé tutte le aspettative. Tutti sanno però che qualsiasi tipo di piacere, a lungo andare, stufa, specie se perseguito senza freni; di conseguenza la soglia del godimento si alza sempre di più, fino a che diventa impossibile ottenerlo.

Il problema più grave è però la deformazione antropologica e spirituale indotta dal permissivismo attuale. L’uomo non vive per il piacere, fatto effimero e superficiale, ma per il Bene, realtà eterna che sola può appagarlo. Il Bene, inoltre, ha un volto, è cioè di natura personale: con Lui, dunque, si può intessere una relazione. Tolto Lui dall’orizzonte, l’esistenza si trasforma in un incubo, in un tunnel oscuro senz’altra uscita che non sia il suicidio. A parte le devastazioni fisiche, psicologiche e morali causate dall’omoerotismo, che qualsiasi medico o psicoterapeuta onesto conosce fin troppo bene, esso risucchia le persone in un abisso di depravazione che non può sfociare se non nella più assoluta disperazione. Quante anime – soprattutto di giovani – si perdono in questo modo? Nel cosiddetto ambiente omosessuale il tasso di suicidio è altissimo; non vanno considerati soltanto gli atti con cui ci si toglie palesemente la vita, ma pure molti di quelli classificati come decessi per overdose o come incidenti stradali, per non parlare delle malattie terribili che si possono contrarre. In poche parole, l’omoerotismo è la peggiore delle armi di cui Satana si serve per separare gli uomini da Dio e trascinarli all’Inferno.

Ora, visto che quasi tutta la società, ipnotizzata dalla propaganda, non percepisce più questa realtà spaventosa, ma attraverso una lente ideologica la vede tinta di rosa, c’è da chiedersi seriamente se le manifestazioni pubbliche dei cattolici tradizionali possano ancora ottenere un effetto positivo o non siano alla fine controproducenti. Non parlo per ignavia, codardia o tatticismo, bensì mosso dalla preoccupazione che si renda effettivamente, a Dio, l’onore che Gli è dovuto e, all’uomo, il servizio di cui ha bisogno. Il contesto socio-culturale, nel giro di pochissimi decenni, si è talmente corrotto che il semplice fatto di affermare nelle strade la pura verità ottiene l’effetto contrario, perché non provoca altro che reazioni di vilipendio verso il Creatore e di scandalo da parte di chi si sente offeso. È paradossale, ma è così. Anche noi rischiamo di non cogliere la realtà di fatto perché la guardiamo con il filtro delle nostre convinzioni – che sono in sé sacrosante e inoppugnabili, ma non devono per questo accecarci.

Se poi, per giunta, ci si mettono di mezzo giornali e televisione, la frittata è fatta. La macchina mediatica è un mostro che divora qualsiasi cosa, comprese le forme di opposizione. Se queste ultime sono troppo imponenti (come il raduno romano del 30 gennaio 2016) e non può ignorarle del tutto, le sminuisce e deforma il più possibile; se invece sono fatti più modesti, o le ignora o le usa a proprio vantaggio. Il solo confronto numerico, schiacciante, è stato usato per mostrare l’irrilevanza della posizione contraria: i cattolici in preghiera erano poche centinaia, i manifestanti a favore diecimila. Ciò non può non indurre le masse ottuse a concludere che la rivendicazione dei cosiddetti “diritti omosessuali” sia cosa buona e doverosa, visto che gli unici oppositori sono un pugno di fanatici guidati da preti che sembrano usciti dal museo delle cere… Dobbiamo pur tener conto della “civiltà dell’immagine”. Così la compiaciuta soddisfazione di aver attirato telecamere e fotografi deve tramutarsi in amara costatazione di essersi fatti fregare per l’ennesima volta: la riparazione è stata ribaltata a conferma dell’omoeresia e a riprova delle sue “ragioni”. Giova questo alla causa? Abbiamo una vaga idea del nemico che abbiamo davanti?

È innegabile che lo scandalo peggiore sia l’assenza e il silenzio, su tutta la linea, della gerarchia ecclesiastica (se non addirittura l’appoggio, tacito o manifesto, al pensiero dominante), fatto che inevitabilmente, agli occhi del mondo, riduce l’azione dei fedeli impegnati a espressione di un drappello di esaltati. D’altra parte i pochi Pastori coraggiosi sono stati estromessi o squalificati. Dobbiamo per questo gettare la spugna? Ovviamente no, bensì sforzarci, ancora una volta, di aprire gli occhi sulla realtà di fatto in tutta la sua gravità: quella attuale è un’emergenza di natura davvero apocalittica, che rende l’uso dei mezzi ordinari del tutto inadeguato. Combattere con “armi convenzionali”, nell’odierno contesto, è insufficiente, quando non dannoso. Ci vogliono le “bombe atomiche” dei mezzi straordinari. Nell’estate del 1918 Padre Pio si offrì a Dio come vittima perché finisse la guerra; il 20 settembre ricevette le stimmate visibili (un calvario che durò fino alla morte, cioè cinquant’anni), ma un mese e mezzo dopo la guerra cessò. Ci vogliono anime disposte a immolarsi, in unione con Cristo crocifisso, per la salvezza dell’umanità. Se mi guardo intorno, non ne vedo – a cominciare da me. Ma il cattolicesimo tradizionale… è anche questo.

sabato 17 giugno 2017


Noi non vogliamo il loro “spirito”



Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II ci sembrava che le cose fossero tornate in qualche modo “a posto” per un certo tempo, per lo meno in alcuni ambiti […]. Questa situazione è continuata sotto Benedetto XVI […]. Ora, nei pochi anni del pontificato di papa Francesco, lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta è risorto, portando con sé altri sette demòni […]. Il fatto che quello spirito estraneo sembri aver alla fine ingoiato il Soglio di Pietro, trascinando coorti sempre più estese di una compiacente gerarchia ecclesiastica all’interno della sua rete, è l’aspetto più inquietante e veramente scioccante per molti di noi, fedeli cattolici laici. Osservo un gran numero di alti prelati, vescovi e teologi e non riesco a riscontrare in loro – ve lo giuro – la benché minima presenza del sensus fidelium: e questi sarebbero i latori dell’ufficio di insegnamento della Chiesa? Chi rischierebbe la propria anima immortale affidandosi al loro giudizio morale nella confessione? (Anna Silvas, docente alla University of New England, Australia – Roma, 22 aprile 2017).

Benedetti i laici (incluse le laiche, ovviamente) che hanno una fede viva per vedere chiaro nella situazione attuale e il coraggio evangelico di denunciarla senza mezzi termini. Essi sono esenti dalla manipolazione mentale perpetrata nelle facoltà teologiche e liberi dai contorsionismi clericali di chi cerca di salvare capra e cavoli. Perciò guardano la realtà così com’è e dicono senza complessi ciò che osservano. Questo sano senso del reale, che dovrebbe essere normale per ogni cattolico, oggi è merce rarissima, specie fra i chierici, i quali sono stati “formati” a considerare tutto attraverso il prisma dell’ideologia inculcata in seminari e conventi: una cosa non è semplicemente quello che è, ma quel che “deve” essere per poter stare in un quadro precostituito; ciò che non rientra nel quadro va ignorato, rimosso o riformulato. Alla nuova “visione”, poi, bisogna esser pronti a sacrificare qualunque valore: la verità, la giustizia, la ragionevolezza… e le persone stesse.

Lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta, una volta cacciato almeno dalle posizioni più alte, è ritornato in forze – per applicare l’insegnamento del Signore sul piano collettivo (cf. Mt 12, 43-45) – e si è insediato al vertice. È esattamente questa l’impressione che ho ricevuto dal nuovo pontificato: discorsi e atteggiamenti ecclesiali correnti all’epoca della mia infanzia e adolescenza, che sembravano definitivamente morti e sepolti, sono di colpo risuscitati… come degli zombie. Il fetore della salma riesumata, tuttavia, è avvertito soltanto da chi ha conservato l’uso naturale dei sensi, parlando per metafora. Chi, per la ragione sopra accennata, a dispetto dell’evidenza si è abituato a considerarlo un profumo, non se ne fa un problema; chi invece è dominato da un compiacente e interessato conformismo ecclesiastico fa finta di non sentirlo. Chi poi, in realtà, ha sempre continuato a puzzare di cadavere, ma sotto i pontificati precedenti ha coperto il suo tanfo onde non essere scoperto, ora lo lascia esalare senza ritegno, tanto più se è capo dell’Ordine da cui proviene il Pontefice…

Per spiegare uno sviluppo del genere bisogna riconoscere il ruolo giocato da forze preternaturali, quelle turbe di demòni che Leone XIII vide abbattersi sulla basilica di San Pietro. È ovvio che il diavolo non possa nulla senza la permissione divina e, qualora operi nell’ambito della coscienza, senza il consenso umano; ciò ci assicura che l’odierno disastro rientra nel piano di salvezza e che, se da qualche parte il fumo di Satana è penetrato nel tempio di Dio, è perché qualcuno gli ha aperto un varco. Il cadavere del modernismo, risuscitato come neomodernismo, non sarebbe stato accolto nella Chiesa, se un concilio non l’avesse trionfalmente rivestito di sacri ornamenti e un papa, volente o nolente, non l’avesse consacrato e imposto a tutti i livelli. Ora questo, di fatto, è avvenuto. Ciò che ha reso possibile l’infatuazione generale – a parte i fenomeni contingenti legati a una certa involuzione ecclesiale, nella prima metà del secolo scorso – è una riedizione della gnosi che a poco a poco ha impregnato il clero e la società.

Sul piano filosofico si tratta dell’idealismo tedesco, che ha dapprima infettato la teologia protestante e poi, grazie all’ecumenismo, anche quella cattolica. Nell’ambito di quest’ultima nemmeno teologi fedeli possono fare a meno – non fosse che per confutarle – di trattare le tesi del protestantesimo liberale, come se fossero un punto di riferimento obbligato. Il risultato è che la maggior parte degli studenti, generalmente dotati di scarsa cultura generale e di ancor più debole dottrina, ingoiano tutto senza sufficiente discernimento e senso critico. Sul piano teologico l’impostazione idealistica si sposa con una visione spiritualistica che ha radici antiche. La teoria eterodossa delle “tre età” della storia salvifica la divideva in un’età del Padre fondata sul rigore della giustizia, un’età del Figlio caratterizzata dalla grazia e un’età dello Spirito contraddistinta dalla sua universale immanenza. La prima età corrisponderebbe all’Antico Testamento, con un’evidente svalutazione e la conseguente rimozione di tutto ciò che rappresenta; la seconda abbraccerebbe l’epoca della Chiesa concepita come istituzione definita, con l’inevitabile relativizzazione di dottrina, liturgia e morale; la terza avrebbe finalmente portato la pienezza di ciò che le due fasi precedenti avrebbero soltanto preparato.

In soldoni, il compimento supremo della storia, rappresentato dall’età finale e definitiva, comporta l’annullamento di dogmi, riti, leggi e precetti, che separerebbero i cristiani dagli altri uomini e creerebbero degli steccati tra le religioni. La misericordia, che nell’età del Figlio era condizionata dall’adesione a un evento storico e a un insegnamento dogmatico, è ora offerta indistintamente a tutti, perché la verità ultima di Dio, in quel processo di automanifestazione e autorealizzazione dello “spirito” che è la storia umana, si è ormai pienamente sviluppata ed è accessibile a chiunque, a prescindere dalle sue credenze, dalla sua cultura e dal suo stato morale. Ognuno può essere ammesso in questa nuova realtà continuando a credere ciò che vuole e a fare quel che gli pare, dato che tutto questo è semplicemente irrilevante: è sufficiente aderire alla nuova gnosi. Chi non lo fa, viceversa, è ipso facto condannato come nemico del genere umano. È in vista di questo obiettivo che si muovono quei “teologi” che rivendicano una rivalutazione della pneumatologia a spese della cristologia: il punto di riferimento inevitabile costituito dall’Incarnazione e dal Corpo mistico di Cristo deve essere aggirato in modo tale da poter rintracciare una presenza dello Spirito Santo anche al di fuori di Lui e della Chiesa.

È innegabile che lo Spirito Santo possa agire in ogni uomo dalla coscienza retta, ma lo fa sempre in vista dell’adesione a Cristo e dell’ingresso nella Chiesa. Non si può certo ipotizzare la minima divisione nella Trinità santissima, malgrado certi blasfemi farneticamenti secondo cui le tre Persone starebbero «litigando a porte chiuse, mentre fuori l’immagine è di unità». Chi parla così proietta evidentemente in Dio la propria esperienza personale, ma soprattutto tradisce una gravissima ignoranza delle verità fondamentali della fede: l’unità di natura comporta il fatto che le Persone divine, nel loro agire, compiono insieme un’unica e medesima operazione per un unico e medesimo fine. Ma per quel personaggio e per la sua corte questa affermazione, a quanto pare, è un relitto di un’epoca superata in cui ancora, su Dio, si poteva pensare e credere qualcosa di preciso o almeno ragionevole. Dobbiamo dedurne che quei signori sono oltre la fede e la ragione, pur rivendicando un’autorità sulla fede e sulla ragione altrui.

Un lettore che, avendo osato proporre ai suoi preti tematiche cattoliche, si è visto immediatamente «censurato, zittito e richiesto di “affidarsi” (fideisticamente) al loro discernimento» ha tratto questa amara conclusione, che riconduce la gnosi attuale al suo “capostipite”: «Ringraziamo Lutero per aver separato fede e ragione; così ora ciascuno può pretendere obbedienza incondizionata a se stesso e bollare ogni contenuto di fede e di morale come oggettivistico…». Egli indica però anche l’antidoto contro l’assoggettamento agli arbitrii e alle assurdità clericali: «Continuiamo a invocare Maria, la santissima Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, affinché infiammi i nostri cuori del (vero) Spirito Santo». Così potremo evitare i rischi della pericolosa ebbrezza indicata da un’altra lettrice: «L’ubriacatura da “Spirito”, di questi tempi, pare generalizzata, a parte delle “sacche di resistenza” rimaste lucide perché astemie, grazie a Dio. Pare esista solo lo “Spirito”, che soffia e stupisce per l’originalità dei lidi di approdo! Poverini: ebbri come sono, non si rendono conto che lo Spirito Santo non illumini né soffi con la novità dei contenuti, ma con la robustezza della Parola fondata su Gesù Cristo, il Signore, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. La santa Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, ci insegni a vivere come Lei, in ascolto dello Spirito che sempre soffia in noi parole eterne, senza tempo, e ci apra i tesori del Cuore trafitto del Suo amatissimo Figlio Gesù, perché possiamo trarne tutti i benefici e le grazie necessarie alla nostra salvezza e alla conversione del mondo intero».

sabato 10 giugno 2017


Vuoi giocare con noi alla nuova religione?



Noi ti disobbediamo su tutta la linea, ti neghiamo l’onore che ti è dovuto, facciamo quel che ci pare con il pretesto di aver capito che cosa veramente vuoi da noi… e ti doniamo il gioco che abbiamo inventato, il quale ti deve per forza far piacere; ad ogni buon conto, piace tanto a noi – e tanto basta a giustificarci. Più il gioco è curato nei dettagli o creativamente adattato, animato e partecipato, a seconda della “sensibilità” di ognuno di noi o del movimento cui apparteniamo, più tu devi essere contento, perché così abbiamo decretato noi stessi; quello che per due millenni è stato il culto da te richiesto (come i nostri avi hanno sempre creduto, poveretti!) l’abbiamo gettato nella spazzatura, sostituendolo con un prodotto fabbricato da noi, aggiornato e al passo con i tempi, ma insieme più fedele – dicono gli esperti – alla prassi antica, al vero senso della liturgia, ai testi originali ecc. ecc. Il principio di non-contraddizione è un relitto di un passato bigotto e oscurantista del quale ci siamo sbarazzati per poter abbracciare senza complessi la nuova gnosi, che riconcilia i contrari e lascia ciascuno libero di sragionare come più gli aggrada…

Naturalmente questa “liberazione” messianica [massonica], che ha aperto la preconizzata “età dello Spirito”, vale solo per il ceto clericale, per i “cristiani impegnati” da esso indottrinati e per quanti subiscono passivamente gli effetti delle loro fantasie. Quelli che non la accolgono sono relegati come non-persone nel non-luogo dei reietti: bisogna comportarsi in tutto come se non esistessero. Al massimo si può concedere loro una piccola nicchia in cui sopravvivere, purché non si facciano notare troppo e siano visibili unicamente come un pezzo da museo da esibire quale oggetto di irrisione e prova della necessità del cambiamento avvenuto (come si faceva in Unione Sovietica). Ma non si azzardino ad avanzare la minima riserva sul nuovo gioco! La storia, quale processo hegeliano che procede per virtù propria verso un radioso avvenire di sintesi totale, non può tornare indietro! L’idea di un Dio che vuole sacrifici, di religioni distinte e rivali, di una casta sacerdotale separata dal volgo, di una sfera sacra circoscritta e opposta a quella profana… tutto questo fa parte di un’esperienza religiosa superata che doveva essere necessariamente smantellata e sostituita da quella nuova, in cui tutti gli uomini, per il solo fatto di essere uomini, hanno Dio in sé, sono fratelli fra loro e si evolvono verso la pienezza del divino.

Le regole di gioco della nuova religione sono semplicemente fantastiche: ogni giocatore, qualunque cosa faccia, può darsi continuamente da sé ripetute autoconferme senza mai doversi rimettere in discussione, specie se è annoverato fra i responsabili di un movimento o di una comunità. Ancora più fantastica è la regola che permette di partecipare a chiunque, senza esclusione, purché accetti di seguire acriticamente un itinerario preconfezionato e si assoggetti a una condizione di sudditanza psicologica che fissa le persone in uno stato di immaturità spirituale chiuso a qualsiasi progresso effettivo. Ma questo è proprio ciò a cui tanti aspirano: essere sollevati dal dover pensare, discernere e decidere perché c’è chi lo fa infallibilmente al posto loro (magari aprendo la Bibbia a caso quasi fosse uno strumento di divinazione). Quel che uno crede a livello di fede e di morale è in molti casi del tutto irrilevante: ci si può sentire perfettamente uniti perché si ripete a una voce che «Gesù è il Signore», senza verificare affatto ciò che ognuno pensi di Lui e di quanto richiede da noi. Se poi, per manifestare l’unità, è sufficiente ritrovarsi a cantare e ballare insieme “nel Suo nome”, siamo a posto: il sogno è diventato realtà; basta lasciarsi andare alle emozioni.

Che poi la realtà effettiva di certi gruppi e movimenti sia estremamente litigiosa e conflittuale, che i capi siano divorati dall’ambizione e incassino con il loro gioco proventi strepitosi, che la mancanza più assoluta di trasparenza sia dissimulata con l’esigenza di un fideismo incondizionato… questo e altro non è visibile alle telecamere (a meno che non traspaia dalle facce da marpioni di certi dirigenti). Al di là di questi trascurabili dettagli, la vera origine di certe iniziative – se anche hanno potuto ingannare molti con i loro pretesi frutti, per lo più apparenti – si scopre a un certo punto per l’orientamento che tradiscono in modo sempre più palese: se esse predispongono gli aderenti ad accettare l’unica religione mondiale, vuol dire che ad essa miravano fin da principio, seppure in modo meno sfacciato. Si sarebbe potuto capire subito, d’altronde, da che parte andava un’esperienza che ha avuto per padrino il defunto cardinal Suenens, elencato nella Lista Pecorelli con tanto di data di affiliazione, numero di matricola e nome in codice, fautore di un governo mondiale e invitato come relatore a un convegno della Bᵉnè Bᵉrith, l’onnipotente massoneria giudaica.

Curioso che alla celebrazione dei cinquant’anni del “rinnovamento carismatico cattolico”, la vigilia di Pentecoste, non sia mai stata nemmeno nominata Colei che, con la Sua presenza nel Cenacolo, ottenne alla Chiesa nascente l’effusione fondativa dello Spirito Santo… Probabilmente, se qualcuno si fosse azzardato a invocarla, i “fratelli” pentecostali venuti per il grande abbraccio “nel nome di Gesù” (o di Bergoglio?) gli sarebbero saltati addosso gridando all’idolatria e turandosi le orecchie. È facile blaterare di diversità riconciliata, fondandola sulle sole basi del “battesimo nello Spirito”, della lode e dell’aiuto ai poveri, se si evitano accuratamente tutti i motivi di divergenza e si rinuncia alla propria identità, alla fede trasmessa e agli abituali modi di esprimerla… Cambiare maschera a seconda delle circostanze è un’operazione che sa molto, se non troppo, di ipocrisia. Intesa in quel modo, d’altra parte, l’unità tanto conclamata non è possibile se non a questo prezzo… ma noi non ci stiamo e non ci staremo mai. Dato che, nel Signore, amiamo tutti, compresi gli “evangelici”, uno dei migliori servizi che vogliamo render loro è aiutarli a scoprire Maria. È proprio Lei, la Madre della Chiesa, che la salverà dall’apostasia e condurrà i cristiani alla vera unità.

In conclusione – anche se già era chiaro – il nuovo gioco non ci piace, ancor meno una volta visti questi esiti. È doloroso dover vedere tanti compagni di un tratto di cammino allontanarsi sempre più nella nebbia mentre, spensierati, fanno festa sul bastimento che si sta dirigendo dritto dritto verso un iceberg. Li abbiamo finora scusati pensando che fossero nonostante tutto in buona fede; ma come continuare a crederlo, quando li vedi ascoltare senza batter ciglio un apostata divenuto “pastore” di una setta che pontifica alla presenza del (supposto) Papa, o l’inossidabile (per quanto invecchiato) predicatore della Casa pontificia che non trova di meglio che il riformatore Lutero per giustificare con la Scrittura lo sdoganamento della religione mondiale, o lo stesso Pontefice che, parlando come un oratore fra gli altri, si riferisce più volte all’apostata, suo intimo amico, oltre a citare il massone cardinal Suenens e il marxista vescovo Câmara? E non vengano, per favore, a raccontarci ancora – con le parole con cui hanno imbeccato “Francesco” – che il rinnovamento carismatico non sarebbe altro che «una corrente di grazia» perché non avrebbe «né fondatore, né statuti, né organi di governo», quando invece è strutturato in gigantesche organizzazioni mondiali rivali fra loro, i cui funzionari – ancora una volta “nel nome di Gesù” – stanno sempre in giro per il mondo… Multinazionali dello “spirito”? Comunque sia, dei principianti in confronto ai colleghi pentecostali.

Lo Spirito Santo ha sempre agito nella Chiesa, non si è certo “svegliato” cinquant’anni fa. Persone dotate di carismi ci sono sempre state, ma erano chierici, religiosi e laici di vita santa che si guardavano bene dal mettersi sotto i riflettori, ma usavano i loro doni nel nascondimento per aiutare il prossimo. Se poi, come nel caso di Padre Pio, acquistavano loro malgrado grande fama, rimanevano umili e accettavano con perfetta obbedienza qualsiasi provvedimento, anche ingiusto. Quando invece c’è gente che, senza alcuna verifica seria, millanta dei carismi e li usa per la propria autoaffermazione, bisogna dubitarne fortemente. Chi fa da sé un discernimento sui propri “doni” in virtù di uno di questi stessi presunti doni sta chiaramente manipolando gli altri. Non si può prendere un fenomeno per un intervento dello Spirito Santo semplicemente perché c’è qualcuno che lo afferma senza possibilità di smentita, magari facendo leva sui bisogni e sulle sofferenze altrui. La cartina di tornasole, in questi casi, è la vita morale del singolo (che spesso è problematica, ma non si sa). Il segno inconfondibile del soprannaturale, invece, è la carità, fino all’eroismo.

sabato 3 giugno 2017


Messaggi e locuzioni?



Qualcuno ha affermato sulla Rete che don Elia riceve delle locuzioni interiori. La prova sarebbe un articolo del 16 aprile 2016 in cui immaginavo che cosa direbbe la Madonna della situazione attuale. Forse avrei fatto meglio a specificare che lo scritto è interamente di mia mano, ma mi è parso superfluo: le locuzioni interiori sono di solito brevissime – poche e incisive parole – e chi le riceve, oltre a guardarsi bene dal renderle subito di pubblico dominio, le riconosce per il fatto che sente distintamente un’altra persona parlare nella sua mente. Posso ammettere tutt’al più di aver ricevuto un’ispirazione (dato che quanto scritto, riletto a distanza di tempo, mi sembra superare le mie capacità), ma il testo è opera mia, come può dedurre chiunque dallo stile riflettuto e limato, che non si addice a un discorso scaturito di getto. Se qualcuno è stato tratto in inganno, me ne scuso con tutto il cuore e ne chiedo perdono a Dio.

Persino incidenti del genere, ad ogni modo, possono rivelarsi provvidenziali. Quello che, mio malgrado, mi ha coinvolto dimostra in modo inequivocabile quanto sia facile – per chi abbia questa intenzione – confezionare messaggi e spacciarli per rivelazioni celesti. Ci sono migliaia di persone pronte ad accoglierli come tali senza la minima distanza critica. Ora, la nostra natura ragionevole ci impone di chiederci, per lo meno, quali garanzie abbiamo della loro pretesa origine soprannaturale: in realtà nessuna, finché non siano stati approvati dalla legittima autorità. Per un credente membro della Chiesa Cattolica è obbligatorio riferirsi al giudizio dei Pastori, ai quali soltanto spetta pronunciarsi su tale materia. Il fatto che quelli attuali, sotto tanti aspetti, si dimostrino inadeguati o latitanti non ci autorizza a farci ognuno giudice supremo e inappellabile, né in questo né in alcun altro campo. L’opinione privata di  un fedele o di un sacerdote non è un tribunale di ultima istanza: la Chiesa di Cristo è apostolica, cioè fondata sull’autorità degli Apostoli e dei loro successori.

Molti, messi in discussione su questo argomento, scattano animosamente (e questo non è buon segno) appellandosi al fatto che nella valanga di messaggi da cui siamo oggi sommersi non c’è nulla di dottrinalmente erroneo, anzi si dice la verità sul tragico momento che stiamo attraversando. Tanto per cominciare, bisogna rilevare che la passionalità, se non la scompostezza, di certe reazioni non è certo amica della verità, l’accertamento della quale richiede calma, ponderatezza, obiettività e – soprattutto – un sufficiente distanziamento emotivo. L’argomento addotto, in ogni caso, non è  affatto risolutivo: anche uomini o demoni sono capaci di produrre testi privi di errori. La presenza di affermazioni false permette di escluderne l’origine soprannaturale, ma la loro assenza non è sufficiente per affermarla: anche il diavolo conosce a menadito la dottrina cattolica, è perfettamente in grado di analizzare la situazione del mondo, può svelare fatti veri a noi sconosciuti e perfino fare previsioni azzeccate… ma non certo per aiutarci.

Se non siamo assolutamente certi che un messaggio venga da Dio, come nel caso delle apparizioni riconosciute, dobbiamo prenderlo in considerazione con molta cautela, perché esso – che lo si accolga o meno – ci influenzerà con la sola lettura, in un modo o in un altro. Se (come bisogna presumere finché non sia provato il contrario) non si tratta di una rivelazione celeste, è evidente che non dobbiamo lasciarci influenzare da chi lo propone, perché molto probabilmente è una persona che o inganna il prossimo o è essa stessa ingannata dal demonio. Che un presunto messaggio contenga osservazioni plausibili o riflessioni accettabili non è un motivo sufficiente per dargli credito, visto che Satana è un astutissimo falsario e sa benissimo come catturare l’attenzione delle diverse categorie di persone. Conoscendo a fondo il linguaggio, la mentalità e le attese dei cristiani ferventi e scandalizzati dall’attuale apostasia, li prende per il loro verso, abile com’è a soffiare sul fuoco del giusto sdegno per sviarlo o per spingere le persone a decisioni dannose. È ovvio che, per essere convincente, inframmezzi anche qualcosa di vero e si muova apparentemente nella stessa direzione.

A parte il rischio reale di essere fuorviati nel proprio zelo e condotti su strade senza via d’uscita, l’insistenza quasi esclusiva su castighi e catastrofi apocalittiche mantiene i fedeli in uno stato di attesa spasmodica di eventi esterni, distogliendoli da una sana vita spirituale e, molto spesso, dai propri doveri di stato; la perdita di tempo, se non altro, è già un peccato, perché avremmo potuto impiegarlo a pregare o a fare del bene. Un peccato ancor più grave che si può commettere in questo caso, tuttavia, è quello di prestare un religioso ossequio (che si deve solo a Dio e alle cose di Dio) a qualcosa di puramente umano o, peggio, di diabolico: in una parola, un peccato di idolatria. Se Gesù o Maria ci parlassero realmente, ci rimprovererebbero di riporre tanta fiducia in testi a cui abbiamo attribuito in modo autonomo un carattere e un’autorità divini, quando in realtà la loro inflazione, prolissità, ridondanza e ripetitività sono forti indizi del contrario. Il fatto che, con notevole danno dei fedeli, sia stata abolita la norma di papa Urbano VIII che esigeva l’imprimatur perché si potesse diffondere lecitamente il contenuto di rivelazioni private non significa che chiunque sia autorizzato a mettere in circolazione presunti messaggi celesti.

C’è un ulteriore motivo di preoccupazione che mi ha spinto a scrivere, pur consapevole del rischio di mettere in crisi molti lettori; ma ciò che mi preme – anche se, come già è successo a proposito di un altro tema, mi tirerò addosso strali e anatemi – è il vostro vero bene. Un pericolo non indifferente è quello di fondare la propria fede, alla fine, non più sulla Scrittura e sulla Tradizione così come sono interpretate dal Magistero perenne, ma su presunte rivelazioni private che finiscono col sostituirsi alle fonti autentiche e sicure. Oltre alla “neochiesa” partorita dal neomodernismo, sta nascendo una sorta di “Chiesa” spontanea in cui si obbedisce a presunti veggenti piuttosto che ai legittimi Pastori. Questi ultimi, qualora non assecondino tutti i possibili pseudomisticismi, non godono più di alcuna autorità, neanche se sono impeccabilmente ortodossi, ligi e devoti. Come non pensare che, dietro questa forma di divisione e di disobbedienza, non ci sia lo zampino del solito cornuto? Uno dei criteri decisivi, invece, per riconoscere la soprannaturalità di una rivelazione è lumile sottomissione al discernimento del vescovo, anche se fosse richiesto di mettere da parte il fenomeno.

Alla Rivelazione pubblica un cattolico deve credere di fede divina (quella basata sul fatto che il soggetto rivelante è Dio stesso, a cui è dovuta l’obbedienza della fede); alle rivelazioni private si può credere – senza alcun obbligo – di fede meramente umana (quella prestata a motivo della ragionevolezza di quanto creduto). La prima è indispensabile per la salvezza, la seconda no, sebbene sia di aiuto alla prima. Il deposito della fede rivelata è definitivamente chiuso e del tutto completo, perché contiene quanto ci è necessario sapere per giungere alla visione beatifica; i contenuti delle rivelazioni private non apportano nulla di nuovo, ma servono a rafforzare la nostra adesione alle verità rivelate e a ridestare il nostro impegno nella vita cristiana. Se qualcuno, di conseguenza, mi mette in dubbio Fatima o Lourdes, è un conto; se mi mette in dubbio la Scrittura o la Tradizione è tutt’altra cosa. La mia fede si fonda su queste ultime, non sulle apparizioni, le quali – qualora siano giudicate autentiche – hanno comunque una grande efficacia nel sostenerla e nel guidarmi, soprattutto se rivestite di un’importanza storica eccezionale come le due appena ricordate. Chi però salta in aria non appena si sollevi la minima obiezione su messaggi nemmeno approvati, ma poi conosce poco o nulla il Vangelo, fa pensare che la sua sia un’altra religione.

Per concludere, dunque, lungi da me il voler essere preso per una fonte di “messaggi” o anche, più semplicemente, per una qualche “autorità” indiscutibile… Se me ne fossi minimamente persuaso o lo lasciassi deliberatamente intendere, sarebbe un segno inequivocabile che sono caduto con tutt’e due i piedi in una trappola di Satana. Anche le mie considerazioni sulla situazione del Papato sono del tutto opinabili e valgono quanto i fatti su cui si appoggiano. È chiaro che né io né alcun altro singolo individuo abbiamo l’autorità per stabilire chi sia papa o non lo sia – anche se, oggettivamente, ci sono tanti e tali elementi di dubbio che l’incertezza sembra lecita, anche senza commettere un peccato contro la fede. In tempi normali, un’elezione accettata da tutti, in virtù dell’infallibilità della Chiesa nel suo complesso, va accettata come una verità di fede derivata dalle promesse di Cristo e fondata sulla costituzione della Chiesa stessa, che ha bisogno di un capo visibile e certo; ma in un’epoca di totale confusione, profonda divisione e apostasia strisciante come la nostra, qual è la Chiesa infallibile? Durante la crisi ariana non era certo quella maggioritaria…

sabato 27 maggio 2017


Mosca, Benedetto XVI e la consacrazione della Russia



La consacrazione richiesta è al contempo un riconoscimento dell’importanza che la Russia continua ad avere nel piano di Dio per la pace e un segno di profondo amore per i nostri fratelli e sorelle in Russia. Certo, il 25 marzo 1984 papa san Giovanni Paolo II ha consacrato il mondo, inclusa la Russia, al Cuore Immacolato di Maria. Ma oggi, ancora una volta, udiamo l’appello di Nostra Signora di Fatima a consacrare la Russia al suo Cuore Immacolato in accordo con le sue esplicite istruzioni (cardinale Raymond Leo Burke – Roma, 19 maggio 2017).

Incredibile. Una delle voci più autorevoli della Chiesa Cattolica del nostro tempo, alla presenza di un qualificato pubblico internazionale, lo ha affermato senza mezzi termini: la più ostacolata delle richieste della Madonna a Fatima è più che mai attuale. Fra le righe, si insinua che la consacrazione del mondo effettuata da Giovanni Paolo II nel 1984 non abbia corrisposto pienamente alle esplicite istruzioni della Vergine: che la Russia fosse nominata e che l’atto coinvolgesse tutti i vescovi. Il motivo che gli aveva impedito di ottemperare al requisito principale fu rivelato dal Papa stesso, in una conversazione privata, al cardinale Paul Josef Cordes, come quest’ultimo ha rivelato il 13 maggio scorso in una conferenza a Karaganda, in Kazachistan: «Per lungo tempo, ovviamente, il Papa si era occupato della significativa missione che la Madre di Dio aveva affidato ai tre piccoli veggenti. Tuttavia si trattenne dal menzionare esplicitamente la Russia perché i diplomatici vaticani gli avevano chiesto con insistenza di non menzionare quel Paese, perché altrimenti sarebbero forse scoppiati conflitti politici».

C’è più di un motivo a dimostrare l’attualità, se non l’urgenza, di tale consacrazione. Gli americani, con una politica estera apparentemente schizofrenica, stanno facendo di tutto per provocare i russi ad una guerra che avrebbe effetti disastrosi, per la prima volta nella loro storia, anche sul territorio degli stessi Stati Uniti. Per quanto appaia assurdo, il conflitto, oltre a rimettere in moto un’economia stagnante e a rimescolare le carte di un debito estero che è una voragine, avrebbe altresì lo scopo di fermare l’unica potenza che si stia opponendo al diabolico progetto di transumanesimo con cui i signori dell’alta finanza intendono assoggettare l’umanità snaturandola. Ma i russi hanno nervi saldissimi e di solito non cominciano le guerre, bensì le portano a termine, quasi sempre a proprio vantaggio. Ci vuol poco a capire che il nostro Paese, con le basi militari che ospita, si troverebbe dalla parte sbagliata e potrebbe averne a soffrire non poco.

A questa considerazione di ordine terreno, tuttavia, in questi giorni se n’è aggiunta una di ordine religioso. Germano Dottori, esperto di geopolitica ad alto livello, ha ipotizzato che le pressioni internazionali che avrebbero spinto Benedetto XVI alla rinuncia siano dovute, fra l’altro, alla sua decisa opera di avvicinamento al Patriarcato di Mosca. Una saldatura ecclesiale con l’ortodossia russa avrebbe avuto, per il nuovo ordine mondiale, pericolose ripercussioni ben al di là dell’ambito puramente spirituale. Bisogna dire che la rivista che ha ospitato questo intervento appartiene allo stesso gruppo editoriale (diretto da De Benedetti) del quotidiano che più ha infangato il Pontefice tedesco con ripetute campagne diffamatorie – mentre sta esaltando a più non posso il successore argentino. C’è un interesse nascosto oppure, semplicemente, il “nuovo corso” si è ormai talmente consolidato che possono permettersi di scoprire sfacciatamente le carte? Come che sia, la Russia torna prepotentemente sulla ribalta anche per questo.

In fin dei conti, anche questo accanimento politico contro quel Paese, sebbene in senso inverso, è un riconoscimento dell’importanza che la Russia continua ad avere nel piano di Dio per la pace... importanza affermata, paradossalmente, proprio da un cardinale americano. È quanto mai urgente, quindi, consacrarla al Cuore Immacolato di Maria, così che possa svolgere il compito assegnatole dal Cielo. A farlo potrebbe essere un papa spirituale, quell’uomo di silenzio e di preghiera che il Pontefice dimissionario ha di recente caldamente elogiato nel testo scritto per lultimo libro del Cardinale guineano... un’indicazione in codice per il prossimo conclave? Robert Sarah potrebbe piacere ai nostri fratelli orientali proprio perché umile e profondo uomo di Dio; riprendendo nella liturgia il filo interrotto della riforma della riforma, che tanto ha contribuito al riavvicinamento, potrebbe prenderli per il verso giusto, mostrando anche a noi cattolici il primato di Dio e della trascendenza. Sogni ad occhi aperti? Non è mai detto...

Al fine di «bloccare la riconciliazione con lortodossia russa, pilastro religioso di un progetto di progressiva convergenza tra lEuropa continentale e Mosca», secondo Dottori, sarebbe stata ordita «una macchinazione complessa». Ciò non significa necessariamente che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state libere e che siano quindi invalide: forti pressioni esterne possono convincere una persona a compiere un atto in modo forzato anche senza esser privata della sua libertà; è quel che succede quando qualcuno prende una decisione come lunica via percorribile o la meno dannosa. È quanto meno curioso che – come riportavamo qualche mese fa – Ettore Gotti Tedeschi sia stato convocato in Vaticano solo quattro giorni prima dell’annuncio delle dimissioni per essere informato che il Papa voleva reintegrarlo alla guida dello IOR; in quel lasso di tempo dev’essere quindi accaduto qualcosa che ha spinto il Pontefice al passo a lungo meditato. In ogni caso – come ci ha confidato un ex-allievo del professor Ratzinger, oggi eremita – chi lo conosce da vicino sa di quali ardite sottigliezze è capace la sua mente: che la rinuncia all’esercizio attivo del ministero contenga davvero una distinzione che a noi comuni mortali sembra impossibile?

Se Benedetto XVI ha veramente mantenuto nome, abito e stemma per una ragione ben precisa, si comprende meglio, allora, perché il suo successore, a Fatima, si sia presentato come vescovo vestito di bianco: sarebbe in sostanza un vescovo come gli altri che si distingue solo per la veste e per una giurisdizione che lo pone al di sopra degli altri? Ma l’essenza del primato petrino è proprio la suprema potestà di governo... Si può forse scindere una potestà puramente amministrativa dal significato teologico dell’ufficio di Sommo Pontefice? Proprio in questa direzione è sembrata andare la sorprendente conferenza di monsignor Georg Gänswein, che il 20 maggio dell’anno scorso ha definito quello del suo mentore un pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), con una probabile allusione ad una nozione giuridica (Ausnahmezustand) conosciuta nel diritto romano come dictatura: per far fronte a una minaccia straordinaria, si prendono misure eccezionali che comportano la sospensione parziale dellordinario funzionamento dello Stato. Ovviamente si tratta di un’analogia che deve tener conto del carattere peculiare di quell’organismo spirituale che è la Chiesa.

Lidea di un “papato allargato” o di una “mutazione” del primato romano (che dopo Benedetto XVI non sarebbe più lo stesso) non è certo condivisibile, è anzi quanto mai sospetta. Che il Papa teologo abbia potuto operare una distinzione così sottile da non rinunciare completamente al suo ufficio, tuttavia, non sembra più poi tanto peregrino e corrisponde, in fondo, a ciò che il cuore ci ha sempre suggerito. Il sensus fidei del popolo cristiano, cui si appellano tanto i novatori, avrà pure il suo peso, almeno in quella parte del popolo che ha ancora la fede... Il “luogotenente”, anche se sta agendo da perfetto amministratore delegato della controchiesa che si è infiltrata in quella vera per liquidarla, in realtà non è altro che lo strumento della Provvidenza per far venire allo scoperto apostati e traditori, in modo che li si possa facilmente spazzare via, quando sarà il momento... magari con una mano russa.

Nel maggio del 2010 si verificò un avvenimento che, a distanza di tempo, sembra svelare un significato ben più profondo di quello che si poté scorgere allora: il metropolita Hilarion di Volokolamsk, numero due del Patriarcato di Mosca, venne a Roma accompagnato da un’imponente coro e orchestra per offrire un concerto al Pontefice musicista. Nel discorso che gli rivolse, auspicò che si mettessero da parte le controversie dottrinali per cercare un’intesa e una collaborazione sul piano pastorale. Dato che il principale motivo di divergenza con gli ortodossi è proprio il modo di concepire il primato petrino, in quel momento mi sembrò una goffaggine ben poco diplomatica. Visti però il peso che gli orientali danno alle questioni dogmatiche e la portata simbolica dei loro gesti, l’alto prelato non avrà invece inteso dare un segnale ben preciso della disponibilità dei russi ad una riconciliazione? Certo – diremmo noi – non un accordo a buon mercato che passi sopra ai nodi cruciali, ma forse (se così volesse il Cuore Immacolato) unna riunificazione fondata meno su vincoli giuridici e più sul vincolo della carità. È vero che il governo di uno solo è il fondamento visibile dell’unità: ma non si potrebbe pensare a una potestà suprema riconosciuta soprattutto per l’autorevolezza morale e spirituale, come nel primo millennio? Quello sì che sarebbe un vero rinnovamento.