Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 3 dicembre 2016


Strastoterpzy


In Ucraina orientale, le persone sono pronte a battersi e a morire sfidando il regime corrotto installatosi dopo un rovesciamento governativo pianificato dagli Stati Uniti, così come i russi erano pronti a combattere e ad immolarsi durante la Seconda Guerra Mondiale, che ne ha visti perire trenta milioni: le loro case bombardate, le famiglie distrutte e le donne violentate. Ecco ciò che emerge: il popolo è pronto a morire. E voi lo siete? O tutto questo fa parte della vostra realtà hollywoodiana…? (Vladimir Putin).

Ecco il dramma insospettato della guerra globale che, fino a poche settimane fa, si stava profilando: per noi, da settant’anni, la guerra è una realtà cinematografica, un divertimento da videogiochi, un soggetto di fantasia… Non lo diciamo perché – come siamo stati stigmatizzati da un giornalista di regime – adoriamo il presidente russo, ma semplicemente perché è vero. Putin non ha fatto altro che aiutarci a prendere coscienza di una realtà che preferiamo non vedere: il precedente governo americano si era lanciato, dall’Europa dell’Est al Medio Oriente, in un pericolosissimo gioco di provocazioni, probabilmente aizzato dai suoi finanziatori circoncisi. Ora, dopo l’inattesa vittoria di Donald Trump, questi ultimi sembrano aver optato per un lavorio di captatio benevolentiae, visto come alcuni influenti rabbini d’Israele si sono dati ad esaltarlo quale improbabile figura messianica scelta da Dio per la ricostruzione del Tempio. Prima dell’elezione, invece, un’importante rivista statunitense specializzata in diritto, di proprietà di un magnate ebreo, aveva pubblicato uno studio sulla procedura da seguire nel caso in cui un presidente eletto si fosse improvvisamente trovato nell’impossibilità di assumere le sue funzioni: quanto meno curioso…

Ma non conviene creare un altro martire alla Kennedy; per ora – dato che non mancano certo gli appigli – continuano perciò ad usare armi più comuni (come i ricatti giudiziari e la manipolazione dell’opinione pubblica) per costringerlo a circondarsi di collaboratori giudei. Ad analoga tattica sleale e proditoria, d’altronde, si era prestato, qualche mese prima, nientemeno che il capo della Chiesa Cattolica Romana con due parole al volo, in senso proprio e figurato. Schierarsi così platealmente per la concorrente abortista e bombarola, promotrice di califfati, primavere arabe e rivoluzioni colorate, potrebbe sembrare come minimo fuori luogo, se non altro per il bon ton della diplomazia vaticana; ma una sbirciatina nei misteriosi intrecci dell’alta finanza internazionale potrebbe fornire un abbozzo di spiegazione degli aspetti più inquietanti della realtà nascosta di quest’anomalo pontificato. La “Chiesa dei poveri” sognata da Francesco sembra più che altro consegnata agli speculatori delle grandi banche mondiali – e non è mica colpa nostra se esse appartengono a membri di un’etnia ben precisa.

Risulta sempre più chiaro che la degenerazione dottrinale e morale della Chiesa, cui Bergoglio ha impresso una vertiginosa accelerazione, è inscindibile da fattori di ordine finanziario e geopolitico. In una recente intervista, un anonimo funzionario di Curia rivela retroscena estremamente complessi, capaci però di gettare qualche luce sugli eventi degli ultimi quattro anni. Nei nove mesi di “sede vacante” dello IOR seguiti alla cacciata dell’uomo scelto da Benedetto XVI (ancora regnante!) per il risanamento delle finanze vaticane, la maggior parte dei capitali è stata trasferita in altre banche, per lo più controllate dalla Goldman & Sachs e dalla J.P. Morgan. Oggi lo IOR è in regola con le norme internazionali di trasparenza e di lotta al riciclaggio, ma l’organismo che amministra il patrimonio più ingente è un altro, l’APSA, che non pubblica bilanci e non può quindi essere controllato dall’esterno. Guarda caso, il suo responsabile, il bertoniano cardinal Calcagno, è l’unico che resista ai tentativi, messi in opera dal sovrano, di centralizzare la gestione finanziaria della Santa Sede mediante la creazione di nuovi dicasteri: il Consiglio per l’Economia, presieduto dal fidato braccio destro tedesco, il cardinal Marx (un nome, un programma), e la Segreteria per l’Economia, guidata dall’australiano cardinal Pell (molto indebolito, tuttavia, dalla pretestuosa inchiesta su casi di pedofilia verificatisi nella sua diocesi quando egli non era ancora nemmeno vescovo).

L’indiretto controllo sull’immenso patrimonio dell’APSA, valutabile in centinaia di miliardi, può spiegare come mai l’ex-Segretario di Stato, anziché finire defenestrato chissà dove come altri cardinali sgraditi, continui a dormire sonni tranquilli nel suo smisurato attico all’interno delle mura leonine, in stridente contrasto con lo stile ostentato dal Pontefice. Ma questo non è affar nostro, bensì di Chi gli chiederà conto di questa e di tante altre singolarità, come le sue amicizie a livelli politici altissimi. Il tesoro dell’APSA, in ogni caso, dovrebbe trovarsi in buona parte depositato… a Cuba e a Francoforte. Che la riconciliazione con il líder maximo, testè defunto, abbia avuto moventi collaterali molto prosaici? Si può ben accettare che il Venerdì Santo sia civilmente giorno festivo perfino nella patria della revolución, se dal Vaticano arriva un fiume di denaro da investire. Ad ogni modo, le ricchissime e ultraprogressiste diocesi tedesche (con a capo il summenzionato Marx) sono vere e proprie holding finanziarie che da decenni foraggiano l’America Latina – oltre all’Africa che, nonostante gli accorati appelli dei vescovi locali a non partire, sta perdendo la migliore gioventù in nome dell’accoglienza, un valore per il quale qualcuno è pur disposto a pagare il viaggio a decine di migliaia di “migranti” indotti…

Come minimo, pare trattarsi di una lotta tra squali che si stanno spartendo l’enorme torta delle finanze vaticane. Se lo strapotere di Bertone e soci, nel 2012, sembrava ormai consolidato in modo irreversibile, ecco che le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco hanno riaperto il gioco. Non per nulla, evidentemente, un altro maneggione di prim’ordine, di cui il buon Tarcisio si era sbarazzato spedendolo nunzio a Washington (scelta quanto meno imprudente), si è alacremente adoperato con i cardinali nord- e sudamericani per convincerli a eleggere Bergoglio come salvatore della Chiesa dalla dilagante corruzione romana. Anche in questo caso, non sta a noi ringraziarlo, giacché se ne occuperà qualcun Altro; ma già da prima le occulte manovre di monsignor Carlo Maria Viganò erano ben note per la fuga di documenti riservati di cui fu materiale artefice un povero cameriere pontificio. Lo scandalo successivo (finito poi in una bolla di sapone), imputato a un monsignorino poco moralista e a una rampante ragazzetta in affari inserita da Francesco stesso in un ganglio vitale del suo sistema di controllo, dev’essere stato voluto, viceversa, per squalificare l’ambiente curiale impiantato da Bertone onde far spazio agli scagnozzi del nuovo uomo forte. Si vocifera che la cosiddetta banda dei maltesi, lanciatasi all’assalto dell’ultima fortezza, sia stata imposta proprio da oltreoceano, da colei che aveva preso a programma il “ridimensionamento” delle religioni.

In soldoni, ci sono incalcolabili somme di denaro gestite, da una parte e dall’altra, da ecclesiastici traditori che sono probabilmente, a loro volta, burattini manovrati dall’alta finanza ebraica e da chissà chi altri. Da questi fondi si è attinto per sostenere la campagna elettorale della Clinton e forse – Dio non voglia – anche i suoi interventi bellici in Medio Oriente (in altre parole, gli orrori dei tagliagole che stanno facendo strage di cristiani e distruggendo i loro venerandi monumenti). Perché Bergoglio, tolte le chiacchiere, non interviene efficacemente in quella tragedia? Perché ha fermato “con la preghiera” un intervento diretto dell’Occidente in Siria? Conviene di più appoggiare sotto banco gli estremisti islamici in una guerra che si sta trascinando all’infinito? Non voglio farvi perdere la fede: Gesù ha promesso che non prevarranno, ma questa è l’ora in cui i nemici di Dio, una volta penetrati nel Santuario, ne hanno preso il controllo; unico inconveniente per loro, a quanto pare, è che la questione si gioca tra due opposte fazioni. Niente di nuovo sotto il sole: il diavolo divide anche quelli che lo servono per accrescere i danni e la confusione, oltre che per spingerli infine a divorarsi a vicenda, quando non gli serviranno più.

Che c’entrano, in tutto questo, Putin e Trump? Forse – e sottolineo: forse – sono l’inizio di un cambiamento di scena; la Provvidenza sceglie chi vuole. L’uno, però, è alla guida di uno Stato massonico asservito al sionismo che da un secolo e mezzo non sperimenta guerre sul proprio territorio, ma le provoca altrove; l’altro di un popolo la cui fede sta rinascendo dopo una prova apocalittica ed è abituato a soffrire l’inverosimile fin dall’inizio della sua storia. Non so a che cosa andiamo incontro in questo 2017 che sta per iniziare. Se Trump sarà succube del ricchissimo genero ebreo e lo accontenterà nelle nomine, la guerra potrebbe essere solo momentaneamente rimandata: il Piano Kivunim, all’attuazione del quale si sono ugualmente prestate amministrazioni americane di opposte sponde, prevede infatti la destabilizzazione e lo smembramento di una serie di Stati arabi che circondano Israele, ai quali manca solo l’Iran, legato alla Russia. In Siria le truppe di Assad, grazie al potente alleato, hanno quasi ripreso Aleppo; gli altri staranno a guardare?

Fra i santi russi più amati, c’è una categoria caratteristica della loro spiritualità: gli strastoterpzy (approssimativamente: imitatori della Passione), ossia coloro che si sono resi somiglianti a Cristo crocifisso mediante l’accettazione pacifica, per amore di Dio e del prossimo, della violenza loro inferta; i più recenti sono le vittime della persecuzione comunista recentemente canonizzate dal Patriarcato di Mosca. Familiarizzarsi con loro ci farebbe spiritualmente bene. Dobbiamo essere pronti a soffrire, non solo per fedeltà alla verità che salva, ma anche per l’intervento purificatore che potrebbe giungere, per la società e per la Chiesa, da dove meno ce l’aspettiamo. Chi non l’abbia ancora fatto, si consacri al Cuore immacolato di Maria e preghi perché ciò si realizzi anche per la Russia, in un modo o in un altro. Le promesse del Cielo non deludono, ma bisogna pur ascoltarlo.

sabato 26 novembre 2016


Scacco matto?


Fiant dies eius pauci, et episcopatum eius accipiat alter (Sal 108, 8).

Pregare con queste parole ispirate dallo Spirito Santo: se non altro possiamo fare questo. Quando si ha di fronte un muro di gomma, a che serve protestare o argomentare? Quando dall’altra parte si evita sistematicamente di entrare nel merito delle questioni e ci si sottrae regolarmente al confronto dirottando il discorso su psicologismi stantii miranti a squalificare l’obiettore, tacciato di rigido, fariseo, insensibile e ottuso…? Quando l’interlocutore ha una mentalità idealistica e gnostica che pensa la realtà in termini di processo intrinseco alla storia, indipendente dal volere e dall’agire degli individui, consacrandolo con l’etichetta di Spirito Santo…? Quando tale individuo giustifica le sue aberrazioni come naturale maturazione di un concilio per molti aspetti controverso, le cui “aperture” avrebbero innescato un motus divenuto proprio con lui – guarda caso – in fine velocior…? Quando costui utilizza machiavellicamente tutto (comprese le opposizioni) a proprio vantaggio, perché per lui l’unica cosa che conta è raggiungere l’obiettivo, non importa con quali mezzi…?

Il 9 aprile scorso avevamo previsto che l’Amoris laetitia in ogni caso si sarebbe imposta: in bene o in male, se ne sarebbe comunque parlato – ed era quello che si voleva, perché il semplice fatto che si discutesse di certe cose, fino allora inammissibili, le avrebbe rese a poco a poco accettabili, poi normali e infine obbligatorie. Provi ora un prete a negare l’assoluzione a un divorziato risposato civilmente… il più zelante e solerte a crocifiggerlo potrebbe essere proprio il suo vescovo. La situazione si è capovolta: è il peccatore che ha ragione. Anche i pochi presuli coraggiosi sono severamente rintuzzati da confratelli più “misericordiosi” che sono scesi dalla montagna per condividere i tormenti della gente di pianura (ma non si sognano nemmeno di scendere dai loro piedistalli, su cui si saranno magari arrampicati con grandi discorsi su fede e ragione, prima che il cambio della guardia facesse loro voltar pagina buttandosi su poveri e perdono). È in atto una vera e propria gara a chi è più bergogliano di Bergoglio: semplicemente grottesco…

Tutto il nostro sostegno, per quello che può contare, va naturalmente ai quattro cardinali che hanno espresso e reso pubblici i loro dubia sulle sconcertanti affermazioni del Capitolo VIII della citata esortazione al peccato, che cancellano con un tratto di penna la dottrina cattolica sul matrimonio definita da Vangelo, Tradizione e Magistero. Unica, nobile perorazione contro l’inqualificabile gogna mediatica che si è immediatamente scatenata contro di loro, la parola limpida, documentata, incontrovertibile di monsignor Athanasius Schneider, solitario quanto impavido paladino della verità di Cristo. L’indiretta risposta dell’interpellato ai cardinali – se di risposta si può parlare – si appella al flusso della vita (?): ciarpame esistenzialoide, una zavorra intellettuale e morale di cui credevamo di esserci definitivamente sbarazzati, con il tramonto di quell’epoca di delirio che ha accompagnato l’infanzia e l’adolescenza di chi scrive; e invece eccolo riapparire intatto in tutta la sua irragionevolezza, riesumato dagli archivi di ambienti culturali talmente avanzati che sono rimasti fermi a quarant’anni fa, senza nemmeno accorgersi dei due pontificati precedenti. Ma in che lingua volete parlare con quel folle? Qualche malcapitato potrà tutt’al più beccarsi un’esplosione d’ira di quelle che, secondo fonti interne, si verificano un giorno sì e l’altro pure. Si è anche parlato di un eventuale atto formale di correzione del Sommo Pontefice: del tutto legittimo nel caso presente, ma stavolta ci vorrebbe qualche prelato in più, che non fosse ormai fuori gioco o senza più nulla da perdere. Stiamo a vedere che succede; se qualcuno ha ancora del fegato, batta un colpo.

Nonostante le apparenze, siamo alle prese con un’astuzia mefistofelica che sta imponendo uno spirituale sistema totalitario, tale da non ammettere la minima eccezione. Pensate alla decisione unilaterale, di cui si vocifera da mesi, di erigere una prelatura personale per la Fraternità San Pio X: che sia un modo per metterne i membri davanti ad un aut… aut in cui saranno costretti a scegliere tra due opzioni entrambe letali? «Io ti offro senza condizioni una soluzione che nessun papa ti ha mai proposto prima, dimostrando così al mondo una generosità inaudita. Ma, se accetti, da quel momento in poi mi dovrai obbedire sottomettendoti alla disciplina vigente, da cui finora eri di fatto esonerato; se invece rifiuti, ciò si potrebbe considerare un atto formale di rottura della comunione ecclesiastica e ti scomunicheresti da solo, attirandoti biasimo e condanna universali. In ogni caso sarebbe la fine della Fraternità, se non immediata, almeno prossima; io però passerò alla storia per aver voluto risolvere la questione con un gesto di liberalità senza precedenti». Chi avrà deciso di entrare nella nuova struttura, rischierà di essere gradualmente assimilato o rinchiuso in una riserva; chi avrà deciso di restarne fuori, se finora c’era un dubbio, a quel punto risulterà scismatico a tutti gli effetti. In parole povere, l’offerta potrebbe rivelarsi uno scacco matto: non si potrà non scegliere, ma comunque si sarà scelto, sarà una catastrofe.

Questo destino, d’altronde, è segnato se uno intraprende una strada senza sbocco e non vuol sentir ragioni. Non si può vivere nella Chiesa come se l’ultimo concilio non ci fosse stato. Dato che non ha carattere infallibile, ma si presenta con l’inedita qualifica di pastorale, è ben consentito criticarne le affermazioni problematiche, ma non ci si può comportare come non fosse avvenuto, salvo per demolirne i testi anche in ciò che è accettabile. Il Magistero posteriore al 1958, poi, non è un semplice pretesto per la caccia all’errore, quasi fosse un gioco enigmistico su cui testare la propria intelligenza e sfoggiare la propria dottrina; esso richiede certo circospetta vigilanza – e questo è senz’altro paradossale – ma non lo si può rigettare a prescindere. Senza questa esclusione assoluta, l’accordo si sarebbe forse potuto raggiungere molto prima; ma ciò presuppone qualche concessione da ambo le parti. Se una delle due è convinta di detenere infallibilmente la verità perché ripropone la dottrina cattolica in una forma immodificabile, un accordo è impossibile; in effetti non c’è stato, finché il gioco era ancora aperto. Ora probabilmente non c’è più tempo: è arrivato qualcuno che, a quanto pare, sta tendendo una trappola a cui non si può sfuggire.

Applicando una griglia concettuale rigida a testi che cercano di stabilire un ponte con la cultura e la mentalità contemporanee, si trovano contraddizioni con il Magistero precedente anche dove non ce ne sono. Non si finirà mai di deplorare il lavoro surrettizio e mistificatorio di chi ha iniettato nei documenti del Vaticano II i germi del conciliarismo, della religione cosmica e del culto dell’uomo, che hanno disintegrato la fede in milioni di cattolici; ma bisognava pur trovare un modo per attenuare la crescente distanza con la società odierna, pur senza rinunciare, ovviamente, alla propria identità e alla propria dottrina, ma cercando una maniera adeguata per poter continuare a trasmetterle in un contesto in rapido e profondo cambiamento. Questo lo sostiene uno che, in occasione della beatificazione di Pio IX, dichiarò dal pulpito e ripeté più tardi, davanti a un gesuita che lo detestava, che il Sillabo era stato profetico nel denunciare le tendenze culturali che ci hanno portato alla deriva attuale; non si può tuttavia dimenticare che chi va alla deriva e non se ne rende conto ha bisogno di essere persuaso in termini che gli siano comprensibili.

Abbiamo un immenso debito di gratitudine verso chi, con la sua strenua resistenza, ha permesso alla liturgia tradizionale di sopravvivere, così che anche noi potessimo riscoprirla e riabbracciarla per il bene delle nostre anime e per la nostra salvezza eterna. Questo semplice e sincero riconoscimento valga a dissipare qualsiasi dubbio circa un mutato orientamento o un cedimento al modernismo da parte di chi scrive: è solo l’amore della verità e la sollecitudine per il bene della Chiesa a farlo parlare, anche a costo di sollevare vespai. Chiediamo al Cuore immacolato di Maria di mantenerci insieme sulla rotta giusta, nonché di inviarci al più presto una guida universale all’altezza del compito. Ella ricompensi il merito di quanti hanno conservato per tutti noi il bene inestimabile della Messa antica, sicuro veicolo della fede che salva, suscitando in loro un salutare progresso spirituale e preservandoli dalle trappole. L’unica via d’uscita che ci è dato di intravedere è quella indicata dalla Sacra Scrittura: «Siano pochi i suoi giorni e il suo incarico lo prenda un altro».

sabato 19 novembre 2016


Tra Scilla e Cariddi


Un uomo solo, considerato capo della Chiesa Cattolica, affiancato da due tizi che millantano il titolo di vescovo in quanto responsabili di sedicenti “chiese” ormai prive di fedeli, ha deplorato con loro le conseguenze negative involontarie della cosiddetta “riforma” luterana e dichiarato superate le condanne tridentine del protestantesimo. A parte la contraddittorietà del chiedere perdono per atti ritenuti involontari, ci si domanda spontaneamente – per poco che si conosca la storia – in qual modo si possa attribuire tale carattere alla distruzione di innumerevoli chiese, conventi e monasteri, alla profanazione sistematica dei tabernacoli, all’assassinio diffuso di sacerdoti e religiosi, a guerre cruentissime e feroci, fenomeni protrattisi per più di un secolo… Se poi le definizioni dogmatiche e gli anatemi del Concilio di Trento non hanno più vigore, significa che non l’hanno mai avuto, né quelli né qualsiasi altro pronunciamento definitivo del Magistero: significa misconoscere il valore vincolante del munus docendi, specie se infallibile, e porsi quindi fuori della Chiesa.

Ma questo, a quanto pare, non costituisce certo una preoccupazione per chi si considera esponente dell’elemento più progredito del corpo sociale cui appartiene, quell’élite di tipo gnostico che cambia i nomi alle cose nell’intento di modificarne la percezione e, se mai possibile, anche l’essenza. È così che procedono i sistemi totalitari, che possono mantenersi solo elaborando una visione artificiale della realtà che sia funzionale ai loro scopi. La neolingua, creata a tavolino come la neoliturgia e la neodottrina, serve alla neochiesa a manipolare le menti, disponendole ad entrare nel nuovo mondo virtuale che cervelli perversi hanno costruito freddamente contro ogni evidenza del reale, contro i dettami della coscienza e contro le regole della retta ragione. Una nuova scienza, una nuova morale e una nuova consapevolezza rimpiazzano ormai tutto ciò che si è prodotto in passato, che deve essere inesorabilmente cassato come espressione di un’epoca superata e, per ciò stesso, esecrabile. L’uomo nuovo della gnosi massonica si libera così da quelle pastoie che gli impedivano di giungere al culmine della propria evoluzione e di farsi dio.

I massoni, d'altra parte, non hanno mai voluto uno di loro sul soglio pontificio: sarebbe diventato troppo potente e, oltretutto, avrebbe potuto ricattarli. C’è chi ha sostenuto che la lista Pecorelli fu pubblicata per bloccare l’ascesa del futuro cardinal Casaroli: appena eletto, il Papa del sorriso aveva chiesto – si dice – gli elenchi dei membri della Curia Romana iscritti alla massoneria; perciò i fratelli in grembiulino (che pensavano già, probabilmente, a una dose di veleno e a un altro conclave, dopo un omicidio rituale in piena regola al trentatreesimo giorno) ne fornirono spontaneamente una utile ai loro scopi. Il buon Agostino, ad ogni modo, fu poi candidato a un posto-chiave dal nuovo Papa riluttante, che, davanti a chi lo metteva in guardia – si dice ancora – circa l’affiliazione del Segretario di Stato in pectore, avrebbe sbattuto il pugno sul tavolo esclamando: «Lo so, ma non ho nessun altro da metterci!». Visto che il Pontefice era spesso assente, fu evidentemente lui a far da papa e re, dietro lo schermo della travolgente popolarità del vero.

Ora, dunque, secondo i loro progetti, i massoni hanno piazzato sul soglio di Pietro non un membro delle logge, ma un uomo che ha le loro stesse idee. Non c’è più bisogno di ricattare il Papa né di fare ostruzionismo come al successore: l’eletto ha superato le attese, perché è proprio convinto di ciò che fa e dice. Se negli ultimi due predecessori si poteva lamentare una certa influenza di correnti filosofico-teologiche franco-germaniche, qui raccogliamo i frutti più maturi – o meglio marci – del movimento modernista: è il non-pensiero e la non-dottrina che stanno trionfando, avvolti in un’aura di gnosi iniziatica e popolare al tempo stesso. Con il pieno sviluppo dei germi gettati nel ’68, una società giunta ad un avanzato stato di decomposizione è ormai disposta a inghiottire qualsiasi assurdità, salvo poi ringhiare rabbiosa perché l’esistenza è diventata invivibile… Niente paura: la bonaria figura del nuovo “profeta” sta finalmente ricreando la Chiesa come la vuole lui, una Chiesa “spirituale” in cui ognuno può sentirsi accolto senza condizioni perché non ci sono più né dogmi né barriere né condanne, ma solo ponti, abbracci, sorrisi e pacche sulle spalle. Poco importa che, nella realtà, le parrocchie in cui ancora va qualcuno siano spesso ambienti estremamente conflittuali e litigiosi: il peccato, i problemi, le divergenze non esistono più, è bastato cambiare le parole.

È evidente che il trionfante neomodernismo attuale abbia inquinato tutto e gettato un’ombra di sospetto perfino sul linguaggio tradizionale dell’amicizia con Dio, ma questo non ci obbliga affatto a rinchiuderci, per difesa, in una torre d’avorio intellettuale e morale, finendo così col difenderci pure, paradossalmente, da Dio stesso e dal Suo amore. Se in queste ultime settimane si è verificato, da parte di chi scrive, un cambiamento di tono, non è di certo perché ci sia stato un intervento autoritario: magari qualcuno ci interpellasse dall’alto! Almeno potremmo guardarlo in faccia e discutere da uomo a uomo. In realtà è perché l’esperienza diretta di un ambiente tradizionalista, conosciuto dall’interno, gliene ha rivelato limiti e rischi. A parte questo, ciò che nella discussione rischia di restare ignorato è l’inderogabile necessità della santificazione personale, processo che è innescato solo da un incontro personale con Cristo. È in una reale relazione con Lui che dottrina e morale si congiungono per diventare vita nell’esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo, senza calcificarsi in un teorema astratto o in un codice esterno da riscrivere sulla tabula rasa di menti azzerate e di coscienze totalmente passive.

Il tempo non si è fermato nel ’58 né, al più tardi, nel ’62; lo Spirito Santo si è forse ritirato dalla Chiesa, dopo una certa data? La trappola più insidiosa dell’epoca odierna consiste nel sostituire il proprio giudizio personale a quello dell’autorità ecclesiastica e, in definitiva, a quello di Dio stesso. È innegabile che in questo momento i successori degli Apostoli, in buona parte, ci confondano e disorientino, ma non esiste un’altra gerarchia, né alcuno è stato autorizzato a crearne una parallela. La croce che il Signore ci ha messo sulle spalle è proprio quella di dover sopportare l’abominio pregando e offrendo per la conversione dei Pastori, camminando in pari tempo faticosamente su un sentiero distrutto con la sola luce della fede di sempre. È una luce nitida e forte, certo, ma per mancanza di guide rischiamo continuamente di deviare verso estremi opposti e di irrigidirci in comode semplificazioni della verità, che in sé è semplice e chiara, ma il cui accertamento è complesso nello stato di natura decaduta – e ancor più nell’odierna confusione.

Non permettiamo agli avversari di deformarci in senso contrario per reazione ai loro errori. Questo succede, per esempio, se per opporsi a Lutero nel suo rifiuto della Tradizione in nome della sola Scriptura si ignora deliberatamente la Bibbia, considerando protestante l’abitudine di leggerla. Per impedirne una privata interpretazione, piuttosto che proibirvi o scoraggiarvi l’accesso, bisogna guidare ad una sua retta e saporosa conoscenza nel solco della Tradizione e del Magistero. Se, per evitare un estremo, ci buttiamo verso quello opposto, cadiamo comunque in errore. Se, nel marasma del generale naufragio, abbiamo trovato un’àncora di salvezza cui aggrapparci, non ci è lecito fare di quell’àncora un idolo. Se, a vantaggio di una tranquilla sicurezza, rinunciamo all’equilibrio del giudizio e alla libertà interiore, rischiamo di rinchiuderci in una gabbia spirituale. È pur dottrina cattolica che la conoscenza di fede rimane comunque in parte oscura: Dio non ci ha rivelato tutto, ma solo quanto è necessario alla salvezza. Pretendere di trarre, a forza di sillogismi, conclusioni certe su qualsiasi questione non definita può tradursi in un attentato alla trascendenza divina.

Si può discutere all’infinito se è possibile che il Papa cada in eresia, se in caso affermativo decade automaticamente dall’ufficio e se c’è un’autorità che lo possa dichiarare; si può eventualmente spaccare il capello in quattro per trovare l’escamotage che consenta di considerarlo ancora in carica nonostante mostri evidenti segni di convinzioni eretiche; si può esibire pubblicamente un rispetto formale per lui e deriderlo orgogliosamente in privato. Ma a noi non interessano gli escamotages, bensì la verità, per quanto ardua o spinosa; non ci interessano posizioni da mantenere o difendere, bensì il vero bene della Chiesa e delle anime; non ci interessa barricarci in una riserva indiana a nostro esclusivo beneficio, bensì farci ascoltare da chi di dovere, anche se fa orecchie da mercante, perché il popolo cristiano è allo sbando e chi ne ha ricevuto la cura dovrà risponderne a Dio. Nel frattempo, siamo costretti a navigare a vista per evitare nel vortice opposti scogli, attenti a riconoscere ed evitare tanto gli sbracamenti quanto le ingessature. È faticoso, certo, ma qualcuno conosce forse un’altra via legittima?
 

sabato 12 novembre 2016


Santità o morte


Santificatevi e siate santi, perché io sono santo (Lev 11, 44; cf. 1 Pt 1, 16).

Come è falsa l’opinione che quanto si faceva e insegnava prima dell’ultimo Concilio fosse tutto da aborrire e cancellare, così lo è quella che quanto si è fatto e insegnato dopo sia da respingere e condannare in blocco. La prima è espressione di una mistificazione ideologica, la seconda di una strategia difensiva che rischia di diventare settaria. Certo, non è il deposito trasmessoci dalla Tradizione che andava riformato, ma è il modo di pensarlo e di viverlo che avrebbe potuto essere rinnovato nella continuità, in quel processo vitale di crescita che si attua nella Chiesa sotto l’impulso e la guida dello Spirito Santo. D’altronde la fedeltà alla Tradizione non esclude nuovi sviluppi né ulteriori progressi nella comprensione e attuazione di ciò che Cristo ha affidato agli Apostoli: il Regno di Dio germinato in terra è quel piccolo seme che, trasformatosi in albero maestoso, continua a produrre fiori e frutti.

Senza voler minimamente sminuire gli abomini dottrinali, morali e liturgici che imperversano da cinquant’anni e ai nostri giorni stanno raggiungendo il culmine, questo non è un motivo valido per idealizzare il passato e fissarlo in una versione immodificabile. Un certo modo di insegnare la dottrina e di guidare le anime ha ingenerato in tanti l’impressione di un Dio arcigno e lontano, se non astratto e incomprensibile, che esige sacrifici impossibili minacciando castighi e scagliando fulmini. Uno stile educativo improntato a una severità talvolta arbitraria provocava in molti casi un senso di frustrazione e di angoscia che negli adolescenti, già travolti dall’esplosione ormonale, diventava un formidabile detonatore della compulsione sessuale o di violente reazioni di rivolta, determinando il più delle volte l’abbandono della religione. Per rimediare ai guasti causati dal peccato originale nella nostra natura non basta l’indottrinamento o la disciplina, ma è necessario guidare le persone all’esperienza dell’amore di Dio.

Non è, questa, una ritirata nel sentimentalismo sotto la spinta di chissà quali pressioni, né un esausto cedimento all’onnipervasiva influenza dell’attuale neomodernismo. È semplicemente una presa di coscienza del pericolo di smarrire l’essenza della vita cristiana, oltre a perdere la pace interiore; sarebbe la più perfida vittoria del nemico. Nessuno nega che sia doveroso gridare allo scandalo e combattere l’errore con argomentazioni convincenti, ma in questo sforzo non dobbiamo dimenticare di essere solo strumenti: siamo strumenti liberi e consapevoli, certo, ma non arbitri della lotta. Non lasciamo che la polemica ci inaridisca interiormente, spingendoci a ridurre la fede a un complesso di freddi teoremi e a trascurare l’ineffabile amicizia divina. Il mondo – e buona parte della stessa Chiesa – sono sedotti da falsi profeti che procedono a forza di slogan di facile presa emotiva e snobbano le controversie come relitti di un ambiente chiuso allo “spirito”; così la maggior parte di quanti si ritengono credenti non riesce ormai a seguire neppure un’argomentazione delle più semplici. In un contesto del genere, rischiamo di parlarci addosso o di ribadire fra noi all’infinito quel che vorremmo sentirci dire dall’alto.

Molti di noi sono approdati alla Messa tradizionale in seguito a conversioni radicali in cui hanno sperimentato l’irruzione della grazia, che si è servita di strumenti imperfetti e ha guidato i neofiti per tappe progressive. Un atteggiamento troppo rigido basato su una visione manichea, da parte di un ministro sacro, avrebbe potuto stroncare o snaturare anche un sincero ritorno a Dio, vanificando così l’opera divina e trasformando il convertito o in un deluso o in un fanatico. Non bisogna rendere inappetibili la verità e il bene, né presentarli in modo che non siano fruibili se non da una ristretta cerchia di eletti. L’uomo non è soltanto ragione e volontà, ma anche cuore; mi risulta che ci siano sufficienti testimonianze della Tradizione per non sentirmi solo nell’affermarlo. Interrogate un sant’Agostino, un san Bonaventura, un san Giovanni della Croce… La vera teologia non ha mai divorziato dalla mistica, così come una mistica sana si fonda su una buona teologia. Chiamatelo sentimentalismo, se volete, ma io non rinuncio per questo alla ricerca di Dio.

L’emergenza attuale necessita indubbiamente di fini teologi e acuti controversisti, ma ancor più di mistici e di santi. Le due qualità non si escludono affatto, ma è oggettivamente raro che la stessa persona raggiunga le vette nell’uno e nell’altro campo, a meno che non riesca a sfruttare ogni minuto disponibile per pregare e studiare, facendo dello studio una preparazione alla vita di unione e un mezzo di santificazione condito di umiltà e compunzione. La scrutazione del mistero divino fa sgorgare lacrime di pentimento, nostalgia, gratitudine, esultanza, adorazione; esse preservano dalla presunzione e, quale pioggia celeste, fecondano uno sforzo che corre sempre il rischio di incagliarsi nelle secche del dottrinarismo o dell’intellettualismo. L’amore, l’amore è ciò che vuole il nostro Dio, mentre le anime fedeli reclamano dei santi… È sempre stato così, ma quanto più oggi! Come rispondere a quest’impari sfida, se non mettendosi totalmente a disposizione del Signore per mezzo di Maria, con tutte le proprie risorse ed esperienze?

La parola fa breccia nei cuori, permettendo così alla grazia di trasformarli, se chi parla vive ciò che dice o almeno desidera viverlo, applicando a sé per primo ciò che raccomanda agli altri. Quante volte mi è venuto da pensare, sul pulpito o in confessionale: «Perché non dico questo a me stesso?». Certo, il predicatore deve comunque proclamare la verità e il confessore applicare la dottrina, a prescindere dal modo in cui la vive personalmente e dal grado di santità che ha raggiunto; ma, se vi aderisce con tutto l’essere e si è votato a praticarla, la differenza si sente: il suo parlare ha un accento che muove gli animi, commuove i cuori, smuove i macigni, promuove i costumi. Il tono di un santo schiude l’accesso anche alle affermazioni più dure ad accettarsi dallo spirito del tempo: ebbene sì, Dio castiga ancora, pur servendosi delle cause create. Non è una visione ferma all’Antico Testamento (accusa di chiaro stampo marcionita), ma schiettamente evangelica: proprio perché Egli è misericordioso, utilizza anche mezzi di correzione, specie quando si abusa sfacciatamente della Sua pazienza. Poiché, oltretutto, la misericordia non annulla la giustizia, rimane pur vero che ogni peccato, anche se perdonato quanto all’offesa, deve comunque essere espiato quanto alla colpa, in questa vita o nell’altra; le prove che Dio permette sono quindi anche mezzi di purificazione.

Chi contesta questo – fosse pure vescovo, cardinale o papa – è fuori della Chiesa Cattolica, per il semplice fatto che nega implicitamente dei dogmi di fede come quelli riguardanti il Giudizio, l’Inferno e il Purgatorio. Un grande rappresentante del monachesimo quale san Colombano fa un’affermazione analoga – straordinariamente attuale – con quella perentoria chiarezza e libertà di spirito che è caratteristica dei Santi. Leggetela qui, seguita dalla lucida analisi di un giovane levita escluso dal sacerdozio a causa del suo attaccamento alla liturgia di sempre. Non è una sterile polemica in contraddizione con quanto scritto fin qui, ma il vibrante appello, in seguito all’infamia di Lund, di qualcuno che ama sinceramente Dio e la Chiesa e, non essendogli per ora concesso di servirli se non con la preghiera e l’offerta, cerca di farlo così. Preghiamo perché si apra una via per lui e per quanti sono in situazioni analoghe, vittime delle accecanti ingiustizie perpetrate in nome dell’imperante misericordismo dei lupi travestiti da agnello.

sabato 5 novembre 2016


Santa rassegnazione
 

Lasciate che maledica, poiché gliel’ha ordinato il Signore (2 Sam 16, 11).

Le spiegazioni bibliche degli avvenimenti, di primo acchito, possono scandalizzarci. Trascurandone infatti le cause seconde, esse risalgono immediatamente a Dio, al quale attribuiscono tutto ciò che accade. Pur essendo la causa prima di quanto esiste, tuttavia, Egli non è per questo considerato autore del male: sebbene sia origine della libertà delle creature fatte a Sua immagine, non è certo responsabile del loro agire. Eppure anche i fatti negativi, nei disegni dell’eterna Sapienza, sono da Lui ordinati a un bene maggiore; per questo la Sacra Scrittura, omettendone gli agenti naturali, li riconduce a Colui che, pur non potendo volere direttamente atti contrari alla Sua essenza di bene infinito, tuttavia li permette per la realizzazione dei Suoi piani.

Il re Davide stava fuggendo da Gerusalemme a causa della congiura ordita contro di lui da uno dei suoi figli, Assalonne. Mentre, circondato dai prodi e dalla corte, si allontanava precipitosamente a piedi, un uomo della famiglia di Saul si era messo a inveire contro di lui accusandolo ingiustamente della rovina del casato del suo predecessore, il quale, rigettato da Dio, si era accanito a perseguitare l’eletto del Cielo. Quest’ultimo, pur avendo avuto più volte l’opportunità di ucciderlo, lo aveva sempre risparmiato in considerazione della consacrazione regale: il timore di Dio aveva prevalso sull’interesse personale. L’empio Simei, con la sua odiosa recriminazione, si illudeva di interpretare la volontà divina, che stava sì punendo Davide per mano del figlio, ma non per il motivo da lui addotto: in realtà si trattava del castigo preannunciato dal profeta Natan in seguito al gravissimo peccato contro il fedele soldato Uria (cf. 2 Sam 12, 10-11).

Nella sua umiltà, congiunta al rimorso della colpa, Davide redarguisce uno dei suoi ufficiali, che si è fatto avanti per uccidere Simei, e lascia che quell’uomo continui a maledirlo come un inviato del Signore. L’antenato del Messia non dubitava affatto della fedeltà di Dio alle Sue promesse, che garantivano una discendenza regale e un regno imperituro (cf. 2 Sam 7, 12-16); era quindi certo di un prossimo ristabilimento, ma accettava in pari tempo la necessaria purificazione. In modo analogo il Cristo accetterà la Passione e il momentaneo trionfo dei Suoi nemici: «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (Lc 22, 53). Proprio quell’ora doveva compiersi per la redenzione del genere umano: la responsabilità morale di chi commise il peggiore delitto della storia resta intatta, ma, per la smisurata misericordia del Padre, esso fu il fulcro del piano di salvezza universale. Questo non tolse nulla alla drammaticità di quell’evento, ma gli conferì il valore del supremo atto d’amore mai realizzatosi al mondo.

Anche Gesù, al momento dell’arresto, rimproverò san Pietro di aver usato una violenza inopportuna (cf. Mt 26, 51-54; Gv 18, 10-11): il Salvatore doveva bere il calice dell’ingiusta condanna così da adempiere le Scritture; Egli sapeva bene di dover cadere in terra come il chicco di grano che rinasce moltiplicato (cf. Gv 12, 24). L’ardore della Roccia andava purificato e differito: una volta passato nel crogiuolo del pentimento e riacceso dallo Spirito Santo, si sarebbe manifestato nel giorno di Pentecoste, completamente trasformato. Mosso invece da una passione umana, per quanto sincera, quello stesso ardore avrebbe spinto l’Apostolo alla catastrofe; chi avrebbe poi guidato la Chiesa nascente? Ecco allora perché, in qualsiasi battaglia apostolica condotta dai cristiani, è indispensabile ricorrere alla saggezza e alla moderazione di una Madre: non per spuntare le armi, ma per avere il tempo di affilarle bene in attesa di usarle al momento opportuno.

Quell’ora di tenebre vissuta individualmente dal Capo è ormai arrivata per il resto del Corpo: le condizioni della Chiesa terrena, umanamente parlando, sono disperate. Accanirsi a urlare anatemi scagliando pietre può risultare, a questo punto, non solo inutile, ma anche dannoso, se non altro a chi, in questo modo, si rovina la salute – non certo a chi finge di non sentir nulla e reagisce a qualsiasi obiezione come un muro di gomma. Non diciamo questo perché ci siano pervenute delle minacce, bensì perché riconosciamo che il disegno divino comprende anche questa fase: «Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: “Maledici!”» (2 Sam 16, 10). Chi dice male dell’unico Salvatore (e di chi Gli è fedele) coopera in realtà, suo malgrado, alla realizzazione di quel piano a cui cerca di opporsi. Se la situazione sta precipitando, è perché Dio accelera gli eventi in risposta alle preghiere dei giusti. Con questa certezza, evitiamo di farci risucchiare dal vortice nel tentativo impossibile di fermare la sua furia travolgente.

Dobbiamo forse rimanere allora a guardare con le braccia in grembo lo sfacelo che avanza? No: chi ha compiuto in modo irrevocabile la sua scelta di campo deve tenersi pronto come un soldato tra i ranghi di un esercito schierato in battaglia in attesa dell’ordine di attacco. Come ci si mantiene, nel nostro caso, all’erta e atti al combattimento? Con la preghiera e la penitenza: tanti rosari, veglie, digiuni e mortificazioni. Non lasciamoci consumare dallo sdegno e dalla riprovazione, per quanto giusti e doverosi: guardiamo oltre le tenebre e prepariamoci alla riscossa. Se molti ministri di Dio, a cominciare dal primo, delirano come folli e profanano le cose più sante, benedicendo abominevoli “unioni” tra pervertiti o recitando una parodia di unità fra cristiani, distogliamone lo sguardo con compassione e timore, pensando al terribile castigo che li attende, qualora non si ravvedano, e chiedendo la forza di superare la prova che ci sta dinanzi. Non permettiamo al male di guastare anche chi lo rifiuta.

Non potendo fermare l’invasione napoleonica, i Russi subirono dapprima ripetute sconfitte e lasciarono che l’immane esercito nemico giungesse fino a Mosca, evacuata e sprovvista del necessario per mantenerlo; poi ci pensò l’inverno. Una volta costretto l’imbattibile aggressore a una disastrosa ritirata, l’attaccarono ed ebbero ragione di lui, provocandone il declino. L’imponente cattedrale del Santissimo Salvatore, eretta a memoria e ringraziamento dell’evento, poi abbattuta dai sovietici nel 1931, è di recente risorta identica nello stesso luogo. Tutti i nemici di Dio sono destinati alla sconfitta e all’esecrazione dei posteri – ben poca cosa rispetto alla dannazione eterna, che rischia chi non si vuol convertire. Napoleone morì infine con i sacramenti; il trionfo della grazia fu completo. Oggi c’è invece chi abusa di essi con una falsa fiducia: motivo di più per pregare per lui, specie se parente o amico. Quando, inatteso, arriverà l’inverno del castigo, bisognerà tendere la mano a quanti si ravvedranno in extremis: anche per questo chiediamo al Cuore immacolato della Madre di comunicarci i giusti sentimenti, insegnandoci ciò che piace al Figlio.