Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 25 febbraio 2017


Dittatura protestante



Terzo peccato contro lo Spirito Santo: impugnare la verità conosciuta (dal catechismo).

Vien da pensare che tutte le diocesi cattoliche e le facoltà teologiche abbiano ricevuto da Roma un ordine tassativo e ineludibile, secondo il più tradizionale stile centralistico della Curia, ma in senso esattamente opposto: quest’anno sembra obbligatorio celebrare il cinquecentesimo anniversario della “riforma” luterana. Ovunque un pullulare di convegni, settimane intensive, incontri ecumenici con pastori e pastore… tutto, ovviamente, con un unico intento celebrativo e apologetico (al contrario), quasi si trattasse di una sorta di nemesi storica che dovesse riparare le esecrabili condanne del Concilio di Trento (le quali – sia detto per inciso – sono dogmi di fede e non si possono contestare, sotto pena di scomunica). Si direbbe che, senza i cosiddetti “riformatori” protestanti, la Chiesa non avrebbe mai ritrovato la verità del Vangelo, smarrita per strada, né la sua vera identità, deformata fin dall’epoca costantiniana.

In ogni regime totalitario che si rispetti, bisogna riscrivere la storia in funzione della giustificazione e del mantenimento del potere impostosi con la rivoluzione. Fino a quattro anni fa non avremmo mai immaginato che qualcosa del genere potesse accadere nella Chiesa Cattolica; eppure è proprio ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Approfittando del calo generale del livello culturale, nonché della spaventosa ignoranza crassa che regna in seminari e conventi, tutto uno stuolo di docenti e pubblicisti si è lanciato in una gara indecorosa di elogi a Lutero e compagni, con una concomitante demolizione della coeva storia cattolica. La falsificazione od omissione dei dati storici è talmente grossolana da lasciare sbalorditi, specie se operata in ambienti accademici. È pur vero che già da decenni, anche a casa nostra, si distorce la realtà storica a favore dei protestanti e a detrimento della Chiesa, ma quest’opera di volgare mistificazione non aveva ancora raggiunto un tale grado di aggressività e spudoratezza.

In realtà abbiamo tutte le ragioni per credere che l’anima di Lutero (e, con ogni probabilità, quelle di altri “riformatori” come lui) si trovi all’Inferno. A conferma di ciò, c’è la visione della beata Serafina Micheli; ma per convincersene – pur riconoscendo che in questo campo non possiamo avere certezze assolute, prima del giudizio universale – è sufficiente considerare i tratti salienti della vita dell’eresiarca. Entrato nel convento agostiniano di Erfurt per sfuggire alla giustizia dopo aver ucciso in duello un compagno d’università, il giovane Martino perseverò in una vocazione che non aveva, fino ad accedere al sacerdozio. Questa situazione provocò in lui un terribile conflitto interiore, alimentato dall’incapacità di osservare la continenza perfetta cui lo obbligava il suo stato. Dopo ben dodici anni di tormento apparentemente senza soluzione, il professore di Sacra Scrittura credette un giorno di aver trovato la via d’uscita.

Un versetto della Lettera ai Romani, da lui sempre inteso in senso negativo, si schiuse d’un tratto alla sua mente angustiata. Nel Vangelo si rivela, certo, la giustizia di Dio, ma non una giustizia che condannerebbe il peccatore senza appello, bensì quella che rende giusto colui che crede (cf. Rm 1, 17). Come racconterà egli stesso, in quel momento sentì riaprirsi per sé la porta del Paradiso. Le conclusioni che trasse da questa inattesa illuminazione, tuttavia, non potevano venire dallo Spirito Santo, ma da un altro spirito. Ad un’intuizione fondamentalmente vera (se inserita in un quadro cattolico del rapporto tra natura e grazia) egli associò infatti una serie di false convinzioni che minano alla base tutto l’edificio della fede: la negazione del libero arbitrio, la visione della totale peccaminosità dell’uomo, una concezione estrinseca della grazia e della giustificazione, il misconoscimento degli effetti del Battesimo e degli altri Sacramenti… L’uomo giusto rimarrebbe peccatore, ma agli occhi del Padre sarebbe coperto dai meriti di Cristo. Poiché bisogna appoggiarsi esclusivamente sulla fede nella grazia divina, le opere buone risultano non soltanto non necessarie, ma dannose: più l’uomo pecca, anzi, più sarebbe sommerso dalla misericordia divina. Nulla di più empio… Vi viene in mente qualcuno?

Ma com’è possibile che da un punto di partenza giusto Lutero sia sprofondato nell’errore in modo così vistoso? La risposta è semplice: il demonio è abilissimo nel fuorviare le menti mescolando qualcosa di vero a un insieme di menzogne, oppure spingendo a trarre conclusioni errate da premesse inizialmente valide. Che cosa gli diede tanto agio con il frate agostiniano di Erfurt? Come egli stesso confesserà, il suo conflitto esistenziale lo aveva portato fino ad odiare la giustizia di Dio; il terreno per l’azione diabolica era pertanto ben preparato, visto che a nessuno è lecito odiare un attributo divino (cosa che equivale a odiare Dio stesso nel Suo modo di essere). Lutero, prima di farsi ingannare, avrebbe certo avuto la possibilità di convertirsi rinnovando l’adesione al suo stato di vita, come una vocazione non liberamente abbracciata, ma sempre suscettibile di essere scelta in modo nuovo, come una forma di espiazione dei propri peccati. Per fare questo ci sarebbe voluta una buona dose di umiltà; invece l’orgoglio lo lanciò in un’insensata ribellione contro la Chiesa, ritenuta responsabile dei suoi problemi. Una parte dei principi tedeschi prese la palla al balzo per opporsi al papa e all’imperatore… e il caso personale si trasformò in arma politica ed economica.

Sotto la spinta della superbia, il ribelle finì col rimettere tutto in discussione pur di non ammettere i propri errori, di cui lo aveva pur convinto, nel 1518, il cardinal Caietano nei colloqui di Augusta. Trascinato di male in peggio, Lutero si abbandonò all’odio, alla volgarità e alla lussuria cercando di soffocare il lucignolo fumigante della sua coscienza nelle intemperanze e nei bagordi, finché una notte, vinto dal disgusto di se stesso, decise di farla finita con un pezzo di corda. Intanto la cristianità occidentale andava in pezzi, con tutto il corteo di atrocità, distruzioni e violenze che segnarono il successivo secolo e mezzo. Milioni di fedeli degli Stati protestanti, obbligati per legge ad accettare l’eresia, furono privati dei mezzi ordinari della grazia, sebbene si credesse inizialmente di essere in continuità con la Chiesa delle origini. Intanto le sedicenti “chiese” riformate si frantumavano sempre di più, perseguitandosi a vicenda in modo efferato… e il diavolo mieteva soddisfatto la sua messe di dannati.

Si fermarono qui gli effetti deleteri della rivoluzione protestante? Purtroppo no, ma per parlare delle sue ulteriori conseguenze bisognerà attendere la prossima settimana. Per ora ci basti tenere a mente dove conduce la disobbedienza alla Chiesa e l’ostinato attaccamento al proprio giudizio privato. Ma se oggi sono proprio le autorità ecclesiastiche ad essersi in buona parte protestantizzate…? Non facciamoci scrupolo a gridarlo sui tetti, ma rimaniamo dentro la comunione gerarchica. Se un Pastore non ha più la fede cattolica, è lui a porsi fuori del Corpo mistico, ma questo non può dichiararlo se non un’istanza superiore. Perciò rimaniamo liberi, in coscienza, di non ascoltarlo e persino di resistergli, qualora insegni o comandi cose chiaramente contrarie alla legge divina; ma non provochiamo deliberate rotture. Il diavolo sa giocare anche sulle motivazioni più nobili per separare le anime da Cristo opponendole all’unica Chiesa e soffiando sul fuoco del giusto sdegno per farlo degenerare in aperta rivolta. Il Cuore immacolato di Maria sia la nostra scuola di umiltà e di perseveranza, e non correremo questo rischio.

sabato 18 febbraio 2017


Castighi celesti



Nel tempo che ho stabilito, io giudicherò con rettitudine. Si scuota la terra con i suoi abitanti, io tengo salde le sue colonne. Annienterò tutta l’arroganza degli empi; allora si alzerà la potenza dei giusti (Sal 74, 3-4.11).

Ci sono nella storia momenti in cui Dio punisce le società umane per colpe particolarmente gravi. Il castigo collettivo, com’è ovvio, non è legato in modo biunivoco ai peccati dei singoli individui, ma coinvolge inevitabilmente un popolo nella sua globalità. Evidentemente non si può stabilire con assoluta certezza che una catastrofe sia conseguenza di una determinata colpa, ma uno sguardo di fede, illuminato dal carisma profetico di cui il Cristo dota alcuni membri del Suo Corpo mistico, consente di individuare dei legami causali, nella dinamica soprannaturale degli eventi, con una sufficiente certezza morale. Ciò è comprovato dalla Sacra Scrittura, dai Padri, dal Magistero e dalla teologia tradizionale. Il Signore ricorre a rimedi estremi solo per far breccia nei cuori induriti dall’orgoglio e dalla disobbedienza, come pure retribuisce con giustizia – spesso già in questa vita – i crimini di quanti si rifiutano di ammetterli e di correggersi. La misericordia non ha effetto se non su chi riconosce umilmente i propri peccati ed è deciso ad emendarsene con tutte le forze.

Se oggi questo discorso non piace più – che sia in nome del “rispetto” della libertà umana o di una “nuova” visione di Dio – questo non basta certo a cambiare la realtà delle cose. Un abominio come il riconoscimento giuridico della sodomia non poteva certo passare in modo indolore, specie in un Paese che, comprendendo il cuore della Cristianità e vantando schiere di Santi di prima grandezza, è molto meno scusabile di altri. Il cuore dell’Italia, sebbene questo non faccia più notizia, continua a tremare. Quando la povera Eluana Englaro fu condannata a morire di fame e di sete, il Paese fu colpito al cuore meno di due mesi più tardi. Ora, essendo stati ignorati i chiari preavvisi, la terra non smette più di sobbalzare. Sarà forse perché le case son costruite male e l’amministrazione pubblica è corrotta? Come può riconoscere chiunque, una volta rigettata l’interpretazione cattolica degli avvenimenti si scivola nell’assurdo, anche con uno zucchetto in testa.

I castighi peggiori, tuttavia, non sono quelli materiali, bensì quelli spirituali. Dobbiamo risalire un po’ indietro: il raffreddamento della fede, sia pure in tempi diversi a seconda dei Paesi, è cominciato in Occidente già almeno all’inizio del XX secolo, se non prima. Le cause possono essere varie: il diffondersi del modernismo, la propaganda massonica e quella socialista, o ancora il libertinismo dei costumi… In ogni caso, senza una diffusa tiepidezza nel popolo cristiano quelle idee perverse non avrebbero mai potuto allignarvi. A Fatima la Madonna ci aveva avvertiti per tempo circa la necessità della conversione, della preghiera e della penitenza, additandoci anche il castigo in cui saremmo incorsi qualora non si fossero ascoltati i Suoi richiami: un’altra guerra, peggiore di quella allora in corso. Poi, come profetizzato, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale: una carneficina mai verificatasi in tutta la storia umana, con distruzioni di dimensioni apocalittiche; ma a quanto pare non bastò neanche quella.

Nel dopoguerra la generazione nata intorno al conflitto, anziché trarre lezione dalle sofferenze e dai disagi, crebbe con la febbre della ricostruzione materiale e l’illusione della democrazia, con il culto del lavoro e il miraggio del benessere, che negli anni Sessanta effettivamente arrivò. Nel frattempo, però, quella frenetica infatuazione corrodeva a poco a poco, dall’interno, l’autentica vita di fede, lasciandone solo, in molti casi, la scorza esterna di un’ottemperanza ipocrita e formale ai dettami del clero. In seno a quest’ultimo si passava dall’affannoso puntellamento di un sistema legalistico che cominciava a scricchiolare (sforzo spesso coniugato a scarsa sensibilità per i traumi provocati dalla guerra) a una vera e propria smania di sperimentazione clandestina, che poco più tardi sarebbe esplosa alla luce del sole.

In un caso o nell’altro, la prospettiva sembrava prigioniera di uno sguardo prevalentemente terreno piuttosto che soprannaturale; le strategie umane parevano inesorabilmente prevalere sul primato della grazia, concepito in modo sempre più nominale. Ed ecco allora abbattersi il castigo spirituale, di quelli che Dio infligge quando non si vuol proprio dargli retta, ma senza precedenti per gravità e proporzioni: una deviazione di tutta la Chiesa Cattolica (o quasi). L’imprudenza di convocare un concilio ecumenico in un momento delicatissimo diede agio agli ecclesiastici appartenenti alla massoneria o con essa collusi di prendere il timone della nave strappandolo al legittimo nocchiero, che in ogni caso non fece nulla, da quanto risulta, per impedirlo loro. Si dice sia morto gridando: «Chiudete il Concilio! Chiudete il Concilio!». Il successore invece lo proseguì, con le conseguenze che tutti conoscono.

Una volta aperto un varco, turbe di demoni invasero la vigna del Signore facendone strazio. Anche nella società, venuto meno il baluardo della Chiesa, pochissimi anni dopo i figli dei ricostruttori si abbandonarono alla sovversione civile e culturale, con l’effetto generale di un crollo morale mai registrato nella storia e con il trionfo della depravazione. Quella stessa generazione ha poi occupato le sedi del potere e del pensiero, che continua a detenere saldamente, per imporre progressivamente il programma eversivo dei centri occulti del governo mondiale. Da chi è coltivata e promossa la pedofilia, se non da intellettuali, politicanti e finanzieri del bel mondo politically correct? La situazione attuale non è altro che il punto culminante di una cancrena scientemente provocata e non più curata da chi dovrebbe farlo, se non in misura del tutto insufficiente.

Tutto questo, lungi dallo scoraggiarci, deve darci fiducia. Lo sfacelo sociale, politico e giuridico del nostro tempo è semplicemente conseguenza delle colpe umane e, in pari tempo, un castigo divino proporzionato alla loro gravità; ma tutto è sotto il controllo del Cielo. Anche all’attuale pontificato si può applicare la stessa chiave di lettura. La Chiesa terrena, in gran parte infedele allo Sposo, ha ottenuto ciò che voleva: qualcuno che la confermasse nell’errore e ne giustificasse l’apostasia. Quando si rifiuta la verità e si acconsente all’iniquità, in effetti, Dio invia una potenza ingannatrice che acceleri il decorso del male per mettere tutti di fronte a una scelta chiara e ineludibile. Chi è onesto fa quella giusta, chi non lo è si lascia fuorviare. I terremoti fisici, allora, sono simbolo di un terremoto spirituale; questo è un fatto – e per negarlo non basta ridurre qualcuno al silenzio.

È pur vero che le catastrofi, spirituali o materiali, colpiscono indistintamente buoni e cattivi, ma l’effetto non è certo lo stesso: gli uni, messi alla prova, accrescono la fede e i meriti; gli altri, puniti, sono spronati al ravvedimento per non dover subire un castigo eterno; la dannazione sarebbe una sciagura incomparabilmente peggiore. Già il vivere in modo contrario ai precetti di Dio, d’altronde, è di per sé una punizione, giacché procura soltanto guai e infelicità, rovinando le vite e, spesso, anche le menti. Rimbocchiamoci allora le maniche per raddoppiare gli sforzi nell’osservanza degli immutabili Comandamenti, legge di vita e via di salvezza. Abbiamo la grazia dei Sacramenti per riuscire nell’impresa… quella grazia, tuttavia, che non porta frutto se non in chi combatte i propri peccati e coopera con essa.

Nessuno potrà mai privarcene, nemmeno nel caso in cui – come si vocifera – cambiassero ancora la Messa per poter “concelebrare” con anglicani e protestanti. Per coloro a cui non piacciono le farse non mancheranno mai veri sacerdoti che rinnovino il Sacrificio; al massimo, se necessario, lo si farà nelle case private, ma non potranno mica farci fuori tutti! Lo dimostra la storia delle peggiori persecuzioni, anche recenti: ogni volta la Chiesa risorge più forte, purificata e rinnovata; non per nulla il suo fondamento è soprannaturale. Tutte le traversie storiche in cui passa, quindi, servono a Dio per realizzare il Suo disegno. L’importante è capire da che parte stare e fare le scelte giuste, perseverando in esse a qualsiasi costo; al resto provvede Lui.

A qualunque situazione andiamo incontro, abbiamo dunque salde ancore cui tenerci spiritualmente aggrappati; anche sul piano materiale la Provvidenza interviene nei modi più imprevedibili. Giusto un esempio: per il restauro della chiesa del Sacro Cuore a Tolentino, in cui si celebra regolarmente la Messa tradizionale, il governo ungherese ha stanziato la bellezza di mezzo milione di euro, visto che la conferenza episcopale ha preso accordi con quello italiano per limitare gli interventi al minimo indispensabile. L’Unione Europea, dal canto suo, tira fuori i soldi solo per promuovere l’aborto sovvenzionando un’organizzazione demoniaca cui il governo americano ha giustamente tagliato i finanziamenti federali perché, fra gli altri crimini, vende gli organi dei feti. Da parte nostra, dobbiamo solo pregare che cessino le scosse (e che i sindaci abbiano il coraggio di fare obiezione di coscienza).

sabato 11 febbraio 2017


Tempus beneplaciti



Sembra che tutto, nella Chiesa, stia precipitando e che il picconatore avanzi incontrastato senza che alcuno possa fermarlo; nemmeno del famoso “atto di correzione formale” si è sentito più nulla… Eppure anche questo è un tempo favorevole, perché anche in esso siamo costantemente oggetto della benevolenza di Dio, che lo ha stabilito così per una disposizione di suprema sapienza. Questo è il tempo in cui il Signore mette alla prova i Suoi per verificare se meritano di partecipare al trionfo del Suo regno, che verrà mediante il regno di Maria; ma anche il tempo in cui fa venire allo scoperto i traditori per farceli individuare con certezza e per marchiarli d’infamia, ma lasciando loro ancora spazio per la conversione, prima di doverli punire. Vista sub specie aeternitatis, dunque, anche l’attuale situazione è tempo di grazia, tempus beneplaciti.

Ciò non toglie, tuttavia, che la resistenza si faccia sempre più dura. Il pensiero appena esposto può allora preservarci dallo scoraggiamento, che dobbiamo altresì respingere con la volontà. Guai ad acconsentire a pensieri pessimistici che celano in sé la peggiore delle tentazioni – quella contro la speranza – e possono trasformarsi in uno dei più gravi affronti alla sapienza e provvidenza divina! Se uno ha una fede cristallina e dottrinalmente ineccepibile, ma sceglie deliberatamente di lasciarsi andare all’abbattimento, alla rabbia o alla depressione (facce diverse dello stesso centramento sullio), mostra che la sua fede non è viva, visto che non alimenta la seconda virtù teologale e che lascia languire la terza.

Quando il nostro cuore boccheggia di dolore e d’amarezza, corriamo da Lui, davanti al tabernacolo, e restiamo semplicemente là, alla Sua presenza piena d’amore, di pace e di fortezza, a farci guarire dal Suo sorriso così dolce, umile e mite. «Davanti a lui effondi il tuo cuore; nostro rifugio è Dio» (Sal 61, 9). Gesù è infinitamente ricco e prodigo di consolazioni ineffabili con chi soffre e lotta per rimanergli fedele. Se così è sempre stato, quanto più lo è ora con noi, che stiamo attraversando la peggiore crisi della Chiesa da quando esiste e dobbiamo sostenere un terribile assalto non più dall’esterno soltanto, ma anche dall’interno del Corpo, e proprio da chi dovrebbe difenderci e guidarci! Non obblighiamolo quindi a tenersi le tenerezze che ha in serbo per noi.

Non è urlando il proprio sdegno e scagliandosi reciproci anatemi che si migliora la situazione. Essa è così grave che solo i mezzi soprannaturali della grazia possono incidere positivamente: preghiera, offerta e penitenza… senza omettere, evidentemente, la necessaria formazione personale tramite buone letture (Catechismo di san Pio X, scritti dei Santi e dei Padri della Chiesa) e un apostolato fervente di carità e inventiva verso quanti sono disposti ad accostarsi alla luce. Certo, non si può fare a meno dei Sacramenti e di una buona predicazione: è la sfida più ardua in questo momento, ma il Padrone della messe non la lascia priva di operai. Torno a ripetere: andate in cerca dei buoni sacerdoti, stanateli, braccateli, rapiteli… Vedrete che ce ne sono ancora; magari rincantucciati nell’angolo in cui li hanno relegati, ma ce ne sono.

Non correte dietro a tutti i “messaggi” che sono in circolazione, anzitutto perché non abbiamo alcuna certezza circa la loro reale origine e in molti casi, anzi, ci sono segni evidenti che non vengono da Dio. La gravità eccezionale dei tempi in cui viviamo non è un motivo sufficiente perché chiunque si senta autorizzato a spacciare presunte comunicazioni celesti che, se non altro, si squalificano da sé già solo per la loro impressionante prolissità e abbondanza. Il loro effetto nocivo, quand’anche non contengano errori o eresie manifeste (come in certi casi è del tutto evidente), è che ci riempiono d’inquietudine, ci distolgono dai nostri doveri di stato, disperdono la nostra vita spirituale in mille rivoli e – last but not least – finiscono col diventare un “magistero” alternativo che può renderci indifferenti, se non superbi e sprezzanti, verso quello della Chiesa (che in questo momento, certo, fa acqua da tutte le parti, ma in linea di principio rimane la norma prossima su cui i fedeli devono regolare la propria fede). Se questi sono i risultati, da chi possono mai venire?

Per evitare una trappola, non buttiamoci in un’altra. Di questo passo, ognuno si fa la sua religione ad usum Delphini… È pur vero che siamo figli di un Re, ma il regno è Suo e ha stabilito Lui i mezzi necessari per diventarne eredi, dei quali disponiamo pienamente e che non ci farà mai mancare. Per quest’epoca così travagliata, poi, ci ha perfino inviato la Regina. Sono cento anni che è apparsa a Fatima per rivolgerci poche e precise richieste che non hanno ancora trovato sufficiente attuazione. Ascoltiamola: questo è il momento giusto. Facciamole il favore di aiutarla a salvarci. Ricambiamo il Suo impagabile affetto assecondandone le premure e collaborando con Lei nell’opera grandiosa che il Figlio Le ha affidato. La nostra prima preoccupazione dev’essere la santificazione personale, che non si realizza prendendo scorciatoie illusorie né tanto meno giudicando tutto e tutti sulla base della propria opinione privata.

Se in questo momento chi di dovere non esercita adeguatamente la sua funzione, non possiamo certo sostituirci a lui, ma dobbiamo pregare ancor più, o per la sua conversione, o perché il Signore ce ne mandi un altro, sapendo che il tempo della prova è limitato e che anch’esso serve a farci progredire. «Nella santificazione delle nostre anime sta il vero progresso. Ogni volta che le nostre anime registreranno una maggiore conformità alla volontà dell’Immacolata, sarà un passo avanti», ci ricorda san Massimiliano Maria Kolbe. «L’unico desiderio mariano è quello di innalzare il livello della vita spirituale di ognuno, fino alle vette della santità. Condizione essenziale per ogni apostolo è quella di offrirsi in proprietà all’Immacolata. Chi è in grado di irrobustire la fiacca e corrotta volontà umana di oggi in balìa di molteplici errori e menzogne, se non Colei che è immacolata fin dal primo istante della propria esistenza, la Madre della grazia divina?».

Ci siamo offerti in proprietà all’Immacolata con la consacrazione; chi non l’abbia ancora effettuata lo faccia quanto prima, magari oggi stesso o, se non è pronto, il prossimo 25 marzo. Una volta compiuto questo passo, bisogna rimanere nella pace, sicuri di poter essere preservati da ogni danno da una Madre così premurosa e potente, ma al contempo determinati a fare tutto il possibile per cooperare con Lei corrispondendo all’impegno assunto. È grazie a Lei che abbiamo riscoperto la Tradizione; seguendola e obbedendole, evitiamo ora le pericolose deviazioni settarie con cui il diavolo insidia quanti non è riuscito a fuorviare direttamente. Consacrandoci a Lei, Le abbiamo affidato anche i nostri cari, specie quelli che ancora non ci comprendono: anch’essi sono ormai, in modo speciale, nell’orbita delle Sue impareggiabili cure – e, prima o poi, capitoleranno.


Secondo un manoscritto del 1118 attribuito a Marfin, monaco irlandese, lungo il tragitto verso la Spagna oppressa dai Mori re Carlo aveva posto l’assedio al castello di Lourdes, allora occupato dal saraceno Mirat. Dopo che un’aquila in volo ebbe lasciato cadere dal becco una trota, poi lanciata dagli assediati all’esterno per far credere di non essere a corto di cibo, il vescovo di Puy-en-Velay, ambasciatore del re, iniziò le trattative. L’emiro accettò allora di arrendersi, ma non al re dei franchi, bensì alla Signora del Paese, che dal V secolo era venerata a Puy. Mirat si convertì e fu battezzato, potendo così rimanere al castello come vassallo della Vergine Maria. Poco più di mille anni più tardi…

sabato 4 febbraio 2017


E il diavolo gode…



C’è tutta una serie di fenomeni, nell’attuale congiuntura ecclesiale, che stanno portando all’acme la già gravissima crisi che affligge la Chiesa Cattolica. Ci sono le comunità di adoratori della Bibbia che vorrebbero convertire perfino il Papa al loro cosiddetto cammino. Ci sono i promotori di forme di isteria collettiva che si preparano a celebrare cinquant’anni di esercizio selvaggio di pretesi carismi. Ci sono gli entusiasti dei nuovi culti sorti da un’inflazione di presunte rivelazioni private, pronti a sbranarti non appena ti azzardi ad esprimere una benché vaga perplessità in proposito. Ci sono gli assatanati della Tradizione che hanno fatto della ribellione una ragione di vita e sbraitano con impressionante rancore contro qualunque ipotesi di regolarizzazione. E così di seguito…

La lista potrebbe continuare, ma l’atteggiamento che sembra comune a tutti è una sovrana indifferenza nei confronti dell’autorità costituita – quella che, almeno a parole, riconosciamo ogni volta che, recitando la professione di fede, menzioniamo l’apostolicità come nota caratteristica della Chiesa. È pur vero che, in questo momento, l’esercizio dell’autorità ecclesiastica da parte di molti Pastori presta il fianco a più d’una critica; ma è questo un motivo per creare di fatto tante “chiese” parallele quanti sono gli orientamenti? La divisione – ahimè – è lo sport preferito del demonio, che proprio per questo (glosseranno i saputelli) si chiama diavolo. Pensate quanto sta godendo in questo periodo… e poi chiedetevi chi mai può esserci all’origine di tanta frammentazione.

So bene che sarò bersaglio di feroci maledizioni o di infallibili sentenze: lo hanno redarguito, si sta normalizzando… Come ho già scritto in altra occasione, sarei ben felice di poter parlare de visu di questi argomenti con qualcuno che sia costituito in autorità senz’essere immediatamente denunciato a Roma. Non mi interessa raccogliere consensi soffiando sul fuoco della rabbia e del risentimento altrui. Se quanto ho scritto finora, per qualcuno, è servito ad alimentarli, non me ne rallegro di certo. Gridare la propria sofferenza è legittimo; fino a un certo punto lo sono anche l’ironia e il sarcasmo che talvolta la dissimulano… ma ergersi a giudici inappellabili di tutto e di tutti è un’altra cosa. Non si può provare se non profondo dolore nell’assistere a certe reazioni scomposte, che non si addicono punto a persone colte e intelligenti; sciocche e ignoranti, le si potrebbe scusare.

Così a sofferenza si aggiunge sofferenza, a confusione altra confusione, a veleno altro veleno… e lo smarrimento dei poveri fedeli va alle stelle. Non si sarà magari inaridito, nell’ardore della battaglia, lo spirito di preghiera e di compunzione? Se per difendere l’onore e i diritti di Dio si finisce col perdere la carità, che cosa si sta veramente difendendo? Un concetto? Un’idea chiara e distinta? Deus caritas est… (1 Gv 4, 8). Non vorranno mica prendersela anche con san Giovanni? Oppure son soltanto parole…? Non è lecito sterilizzare la Sacra Scrittura, nemmeno a chi non vuole aver nulla da spartire con i protestanti. La prudenza e la fedeltà non possono degenerare in una volontà incoercibile di separazione. In fin dei conti, i modernisti più irriducibili sono finiti fuori della Chiesa seguendo la stessa via: l’attaccamento alle proprie opinioni dogmatizzate.

Quando si ha veramente a cuore il bene dei fedeli e li si vuole realmente condurre a Cristo, anziché nel proprio recinto, ci si abitua a sentire le cose dalla loro posizione, pur senza abbandonare quella che si è ricevuta da Dio. Per una volta dobbiamo assentire all’osservazione che il buon pastore sta in mezzo alle pecore; potrà pure, per accidens, prenderne inevitabilmente un po’ l’odore, ma non certo vizi e difetti: è suo compito, anzi, istruirle e guidarle. In ogni caso, dovrà avere un sesto senso (parlando fuori metafora) per il loro stato spirituale, le loro difficoltà, le loro attese, in modo da calibrare nel modo più opportuno il suo governo e il suo insegnamento. Dove c’è smarrimento, dovrà portare sicurezza; dove c’è divisione, riconciliazione; dove c’è l’errore, la verità; dove c’è il peccato, la correzione e la grazia.

Gran parte delle pecorelle, immerse in un’atmosfera nichilistica, hanno perso l’uso delle nozioni più elementari per pensare ciò che è oltre la materia e non riescono nemmeno a figurarsi che qualcosa trascenda il visibile. Sul piano morale, poi, vagano in un relativismo assoluto regolato unicamente dal “lo sento” o “non lo sento”; quelle un po’ più “formate”, invece, sono state mentalmente programmate secondo un quietismo totale che accolla al buon Dio anche i compiti dell’uomo: «Fa’ che io preghi, che io mi impegni, che io faccia il mio dovere… Così, se non miglioro, in fin dei conti è colpa tua perché non mi aiuti». «Ma datti una mossa!» – potrebbe replicare. Certo, ci vorrebbe un essere umano che, da buon educatore, Gli desse voce; ma sono pochissimi a farlo, e quei pochi, spesso, si prendono per questo pesci in faccia…

Ciò che mi sembra chiaro è che la stragrande maggioranza del gregge non potrà mai capire perché ci si accapigli con tanto accanimento fra tradizionalisti, eccetto quelle mosche bianche che sono addentro all’ambiente e che, proprio per questo, rischiano di diventare una copia deformata dei loro maestri. Certamente l’astio e la sufficienza han poco a che fare con il Vangelo, né sono compatibili con i sentimenti del Cuore immacolato di Maria, di cui pur si auspica il trionfo, magari entro l’anno. Ma come può trionfare all’esterno, se prima non glielo si permette nei cuori? E se noi per primi non ci sforziamo di conformare il nostro al Suo, come potrà trasformare quello di chi è più lontano dalla fede? Ma «ci sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi» (Lc 13, 30). Praticando seriamente l’umiltà, preghiamo – e operiamo – per essere ammessi nella categoria giusta.