Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 14 ottobre 2017


Teologia in ginocchio



Nel reagire a un estremo, non bisogna cadere nell’estremo opposto. Per mantenere una retta fede, bisogna respingere sia le sciocchezze di chi ha studiato una “teologia” modernista, sia le forzature teologiche di chi ha fatto dell’antimodernismo una ragione di vita. La seconda opzione è molto attraente per chi è esacerbato dalla deriva apostatica di buona parte degli ambienti ecclesiali o dalle contraffazioni di una cattolicità puramente nominale e di facciata. Tuttavia il cristiano non vive unicamente per combattere le deviazioni, bensì per amare Dio e il prossimo portando a tutti la luce del Vangelo e, per mezzo di essa, schiudendo l’accesso al bene più alto cui si possa oggettivamente aspirare, l’unione con Dio. Se però lo zelo di propagare la verità si riduce a un indottrinamento più o meno elegantemente camuffato, ciò non è rispettoso né del mistero di Dio né della coscienza del prossimo, cosa che la carità presuppone come naturale fondamento.

Su questa china si corre un rischio ancora più profondo: quello di dimenticare che noi crediamo non in una dottrina, ma nel Dio vivente. La sana dottrina è indispensabile per essere certi di conoscere il vero Dio, ma questa conoscenza deve sfociare in un incontro personale: quel Dio, infatti, si è rivelato all’uomo ed è intervenuto nella sua storia perché vuol essere accolto e amato con la mente, con il cuore e con la vita. Questo Suo desiderio non è certo dovuto a qualche carenza che la creatura debba in qualche modo colmare, come indebitamente ci rinfaccia l’Islam a partire dalla concezione di una divinità così lontana, inaccessibile e arbitraria che non può né amare l’uomo né essere da lui riamata, limitandosi a premiare i suoi fedeli con una grottesca caricatura del paradiso terrestre. In realtà la divina gelosia di cui parla la Bibbia e, sulla sua scorta, i mistici non è una proiezione antropomorfica, ma un modo di esprimere l’esigenza, propria dell’amore, di trovare nell’amato una corrispondenza esclusiva che permetta all’amore stesso di compiersi. Nel caso del Dio che si è autorivelato, però, il vantaggio è tutto per l’uomo, dato che nella Trinità la dinamica di dono e risposta che connota l’amore è già perfettamente realizzata.

Il punto d’arrivo dell’atto di fede è Dio stesso, non l’enunciato dogmatico che ti dice qualcosa di Lui; l’enunciato è necessario per credere rettamente in Dio, ma è a Lui che devi arrivare con la fede, la quale – se è autentica – fa germinare in te la carità e nutre la speranza. Non serve a nulla studiare nel modo più sottile le processioni e le relazioni trinitarie, se questo non scatena in te l’anelito ad essere sempre più coinvolto, per inestimabile grazia, in quell’ineffabile circolazione d’amore. Non giova a nulla conoscere in modo perfettamente ortodosso la persona di Cristo e i rapporti tra le due nature, se la Sua vita divino-umana, di cui sei reso partecipe dai Sacramenti, non si sviluppa in te fino alla sua pienezza di santità vissuta. Non c’è alcun vantaggio a possedere con matematica precisione una teologia impeccabile, se questa conoscenza, finendo con l’alimentare un’insensata superbia, non ti sprofonda nell’umiltà di un povero peccatore che si riconosce graziato e sommerso di doni assolutamente immeritati.

L’intellettualismo, di una sponda o dell’altra, soffoca l’unione con Dio, che è un anticipo della visione beatifica nei limiti della nostra condizione terrena. I suoi frutti, a seconda dell’ambiente, sono il sentimentalismo, il volontarismo e il formalismo. Il primo, di solito, nasconde una paurosa ignoranza religiosa da rigetto e, molto spesso, una moralità quanto meno dubbia, piena di sconti e compromessi giustificati con un falso fervore. Il secondo crede di risolvere tutti i problemi con poco illuminati sforzi ascetici o con un attivismo sociale del tutto analogo a quello di un non-credente. Il terzo sostituisce la relazione con Dio con una serie di prestazioni rituali che dovrebbero appagarlo e zittirlo. In tutti e tre i casi l’uomo si soddisfa da sé in una dinamica solipsistica, ma quel che è peggio è che il Dio vivente, in definitiva, potrebbe anche non esistere – a rigor di logica, anzi, sarebbe meglio che non ci fosse, perché fa saltare tutto il sistema. È molto più comodo rimpiazzarlo con un’idea, una velleità o un’emozione.

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Naturalmente c’è una bella differenza tra il fare teologia in ginocchio e il mettere la teologia in ginocchio. La prima via è quella dei Padri della Chiesa, dei rappresentanti della teologia monastica e dei teologi che si sono fatti santi. La seconda è quella di una pseudoteologia razionalistica, storicistica e revisionistica completamente succube di una certa scuola tedesca che ha culturalmente colonizzato, fra l’altro, anche l’America Latina. La falsa teologia germanica è a sua volta prona alla cattiva filosofia di Kant, Hegel e Heidegger, che è assolutamente incompatibile con la visione cristiana, per il semplice motivo che è contraria alla retta ragione. Pur con le debite differenze, il pensiero di questi autori sposta tutto il peso, nel processo conoscitivo, dalla realtà oggettiva all’intelletto umano, che finisce con l’essere determinato dalla storicità. Se infatti i trascendentali e le categorie che rendono possibile la conoscenza esistono soltanto nella mente, senza essere ancorati all’essere, la realtà si trasforma di pari passo con l’evoluzione delle culture e l’identità dell’uomo si dissolve in un caleidoscopio di opinioni cangianti.

Senza Karl Rahner e la sua svolta antropologica, in poche parole, non ci sarebbe stato l’uomo di Santa Marta, ma nemmeno il gender. Il Concilio Vaticano II avrebbe riaffermato la verità cattolica in perfetta continuità con la Tradizione (senza costringere a tripli salti mortali con avvitamento) e la riforma liturgica si sarebbe limitata a qualche indispensabile adattamento, piuttosto che procedere a quel totale rifacimento del rito romano che di fatto è risultata. Solo così, d’altronde, è stato possibile sloggiarne Cristo per intronizzare, al Suo posto, l’uomo – e l’uomo peccatore, non quello redento, l’uomo che si ostina spudoratamente nei suoi peccati e pretende che il buon Dio gli dica: «Bravo!». Ma quel “Dio” – come già evidenziato – è soltanto un’idea, una velleità o un’emozione funzionali al godimento solitario dell’individuo, alla sua autogiustificazione e autoesaltazione. In fin dei conti, questo non è altro che l’apice di una parabola iniziata con Lutero.

Anche combattendo accanitamente il modernismo si può tuttavia finire, senza rendersene conto, col mettere il proprio piccolo ego e la propria teologia al posto del Dio vivente. Alla fin fine, l’esito pratico non differisce poi di molto nella sostanza; le vie saranno diverse, ma, se ti fanno ritrovare più o meno allo stesso punto, un’ombra di sospetto ti deve pur venire… Tale accecamento si verifica ogniqualvolta si erige una costruzione intellettuale allo scopo di far apparire legittimi comportamenti intrinsecamente cattivi. Per chi si è costituito paladino della verità cattolica, è una crassa contraddizione che salta agli occhi di chiunque abbia conservato una mente limpida e lineare, ma viene subdolamente mimetizzata con un enorme apparato erudito e argomentativo che spiazza qualunque non-specialista, sebbene il buon senso gli suggerisca che qualcosa non funziona. Così, in nome della Tradizione, si può tranquillamente dichiarare a parole un’obbedienza al Papa meramente nominale e al tempo stesso, persistendo pervicacemente in una situazione irregolare con il rifiuto di qualsiasi accordo, dispiegare tutto un apostolato totalmente sganciato dalla legittima giurisdizione dei vescovi che sono in comunione con lui.

Monsignor Lefebvre, pur avendo avuto l’incommensurabile merito di conservare la Messa tradizionale a beneficio di noi tutti, a partire da un certo momento sembrò agire come se la Chiesa sopravvivesse unicamente nella sua opera, quasi ne fosse lui il salvatore; questa stessa impressione continuano a dare i suoi discepoli. A Dio solo, ovviamente, spetta giudicare le anime, ma noi non possiamo esimerci dal valutare gli atti degli uomini per discernere la via da seguire ed evitare le false piste. Il sentirsi unici depositari di una verità salvifica che tutti gli altri avrebbero smarrito o falsificato può portare alla perdizione: se infatti consideri perduti quanti non riconoscono senza riserve la missione divina che ti sei attribuito da solo, sei tu a rischiare di perderti, perché non dài più ascolto a nessuno. Se poi poni ogni tuo pensiero a rinforzo dell’unico puntello su cui poggia tutto il tuo edificio (in questo caso, un presunto stato di necessità da te stesso decretato), sarà davvero difficile che ti accorga della trappola, ma ti ci sei messo tu stesso.

Tieni saldi i miei passi nei tuoi sentieri, perché i miei piedi non vacillino. Alla fine il tuo insegnamento mi ha corretto e tu stesso continuerai ad istruirmi (Sal 16, 5; 17, 36 Vulg.).

sabato 7 ottobre 2017


Col senno di poi



Da giovane, nella mia semplicità, non avevo pre-giudizi. Poi, a forza di prender fregature, ho cominciato ad avere dei post-giudizi. Attratto da ogni realtà in cui scorgevo del bene o una traccia di Dio, tendevo a trascurarne gli aspetti problematici o a scusarli con la speranza che si evolvessero in meglio. In età matura ho dovuto però riconoscere che i lati carenti o negativi di un’esperienza sono dovuti, il più delle volte, a cattiva volontà o a rifiuto di correggersi. Se si trattasse soltanto di ingenuità, immaturità o scarsa formazione si potrebbe sperare in un progresso; ma quando un gruppo persiste nell’errore o addirittura lo difende, bisogna concludere che, a monte, c’è una scelta deliberata: la radice stessa è velenosa, nonostante porti frutti a prima vista buoni. Una volta presa coscienza di questo, è moralmente obbligatorio dissociarsi.

Nella mia esistenza credo di aver preso visione più o meno di tutto il ventaglio delle odierne realtà ecclesiali, da un estremo all’altro: apostolati tradizionali o innovativi, forme di vita consacrata antiche e nuove, fenomeni mistici o pseudomistici (quasi mai riconosciuti dall’autorità ecclesiastica, ma approvati a furor di popolo), associazioni, movimenti, cenacoli, fraternità, conventicole et similia… Ho cercato, cercato e ancora cercato una proposta che si potesse abbracciare senza riserve, finché, costretto dagli eventi, non mi sono messo in proprio, facendo tesoro dell’esperienza così da non ripetere gli errori osservati altrove. Le uniche realtà che mi ispirano fiducia sono aggregazioni di fedeli laici che si organizzano spontaneamente per poter sopravvivere come possono in questo deserto spirituale: lo stesso mio anelito. In queste iniziative – che hanno ovviamente bisogno di sacerdoti (fedeli, non fanatici) – mi par di scorgere la mano di Dio; eppure anche in questo caso devo dare qualche avvertimento, perché non mancano le insidie.

Un pericolo molto grave è rappresentato dai corsi di formazione offerti da gruppi tradizionalisti che impongono la propria versione della dottrina come assolutamente conforme alla verità rivelata e, quindi, come l’unica legittima, quando invece è deformata, in molti punti, da evidenti forzature teologiche miranti a giustificare l’ingiustificabile, cioè una situazione di fatto che è sostanzialmente scismatica (1). Oltre al contenuto, il metodo stesso è biasimevole: non è onesto imbottire la testa delle proprie idee a persone che non hanno gli strumenti per valutare criticamente quanto odono, ma che sono anzi preventivamente dissuase dal porsi domande in proposito come se fosse inevitabilmente un peccato contro la fede. Per poter credere – è san Tommaso d’Aquino ad insegnarlo – la persona umana ha bisogno di maturare nella sua coscienza un giudizio di credendità, cioè di trarre in foro interno la conclusione che una proposizione è vera e va quindi creduta.

A questa sorta di lavaggio del cervello si accompagna un formalismo estremo che spegne e persino scoraggia qualsiasi relazione personale con Dio, sospettata aprioristicamente di essere un fomite di perniciose velleità soggettivistiche e sostituita da un’ottusa e scrupolosa ottemperanza ad obblighi rituali. Il dramma è che proprio tale formalismo ha permesso ai novatori di imporre la nuova Messa soffocando qualunque resistenza. Se infatti l’importante è soltanto la forma e bisogna sempre e comunque obbedire all’autorità costituita, qualsiasi cosa essa richieda, senza porsi troppe domande, allora forma per forma, antica o nuova, l’una vale l’altra; basta che sia sancita dall’autorità. Come riportavo qualche settimana fa, già negli anni Quaranta e Cinquanta sacerdoti santi e avveduti avevano individuato proprio qui la causa principale del generale inaridimento della fede. Se la riforma liturgica ha avuto effetti ancor più catastrofici, dando il colpo di grazia a una vita ecclesiale già in profonda crisi, la soluzione non può certo consistere nel ripristinare il sistema precedente.

Ancor più grave è il pericolo rappresentato – torno a ribadirlo – dallo stuolo di presunti veggenti che spuntano ovunque, mettendosi immediatamente a divulgare (con tanto di siti e pubblicazioni varie) pretese rivelazioni celesti ancor prima di sottoporle alla legittima autorità ecclesiastica. I destinatari di apparizioni riconosciute non si sono mai comportati così, attirando l’attenzione prevalentemente su di sé e proponendosi come una fonte di messaggi la cui conoscenza e osservanza sarebbe indispensabile alla salvezza. La Chiesa è sempre stata estremamente cauta di fronte a simili fenomeni; con la sua millenaria esperienza sa fin troppo bene che le probabilità di inganno umano o, peggio, diabolico sono altissime, ragion per cui procede in materia con i piedi di piombo. Prima di ammettere la soprannaturalità di un evento effettua di norma, nella persona del vescovo diocesano, verifiche accuratissime volte ad escludere una contraffazione, che in genere si presume fino a che non sia dimostrato il contrario. Se poi, a un certo punto, si scopre fortuitamente (grazie a un giornalista smaliziato) l’altarino della doppia vita o doppia personalità del “veggente”, il discernimento può considerarsi definitivamente chiuso.

Oltre al pericolo di lasciarsi fuorviare, sia pure in buona fede, da falsi messaggi celesti, c’è un rischio molto più sottile e, quindi, inavvertito. La fede del cristiano poggia sull’autorità di Dio che rivela e della Chiesa che parla in Suo nome. Se decido in modo autonomo di dare credito a una presunta rivelazione, faccio prevalere il mio giudizio privato su quello di chi tiene il posto di Dio e, in definitiva, su quello di Dio stesso. In altre parole, sono un potenziale eretico; commetto lo stesso errore che hanno commesso Valdo, Lutero, Calvino e, prima di loro, Ario, Nestorio, Eutiche e compagnia cantante. Il giudizio di credendità non significa che sono io a sancire, con i miei ragionamenti, la credibilità di una verità di fede o a stabilirne la giusta interpretazione, così da poterla ammettere nel mio personale sistema di pensiero, ma che la mia ragione, sotto l’azione dello Spirito Santo, coglie l’evidenza della verità rivelata nella forma e nel senso in cui la Chiesa l’ha sempre insegnata, così che la mia coscienza si riconosce obbligata ad accoglierla.

Ancora una volta è in gioco la fede stessa, che si può perdere proprio nell’intento di difenderla o nell’illusione di ampliarla. In un caso come nell’altro prevale il giudizio privato – l’esatto opposto di ciò che avviene nell’atto di fede, precisamente ciò che si verifica, invece, nell’eresia. Può così accadere che proprio chi bolla come eretico e scismatico chiunque non si allinei alla sua posizione lo sia egli stesso senza rendersene conto (il che non significa che non ne sia responsabile); gli estremi si toccano. Per quanto, dunque, lo smarrimento sia grave e l’autorità ecclesiale manchevole nell’istruire e guidare i fedeli, non bisogna aggrapparsi alla prima proposta che abbia un’apparenza seria o rivendichi un’origine soprannaturale. Il nostro è un cammino estremamente arduo e faticoso, ma sostenuto dall’assistenza dello Spirito Santo e da un’incrollabile fede nell’indefettibilità della Chiesa nel suo complesso, a prescindere dagli atti di apostasia pratica o verbale di questo o quel Pastore che tradisce la propria missione, ricevuta da Cristo stesso.

La fede, d’altronde, non ci esonera dalla lotta, ma deve anzi necessariamente maturare e fortificarsi mediante le prove e notti interiori che il Signore dispone per la nostra crescita spirituale. Anche se la prova odierna è generale e pare interminabile, la virtù di fede richiede di sopportarla con pazienza senza deflettere dalla sana dottrina, coltivando la speranza ed esercitando la carità. L’indebolimento di quest’ultima virtù fa sì che la desolazione permessa dall’Alto per il nostro progresso degeneri in quell’aridità che è sintomo di indurimento. Voler trovare a tutti i costi una sicurezza umana che accorci la notte non solo ci espone al pericolo di eresia testè indicato, ma è già di per sé contrario alla fede, perché così non si fonda più la propria fiducia su Dio solo e sugli strumenti scelti dalla Sua provvidenza, ma sui mezzi che ognuno sceglie a piacimento da sé. Oltretutto c’è il rischio che, dietro l’apparenza di un santo zelo, si camuffino astio e ribellione, i quali alimentano una fame morbosa di critica e polemica che, come una dipendenza, ha bisogno di essere regolarmente saziata mediante convegni e conferenze in cui ridirsi sempre le stesse cose tra i soliti noti: per la vita interiore e lo spirito di preghiera, è la morte. In conclusione, tutti possiamo errare per debolezza, dato che è umano, ma ostinarsi a perseverare nell’errore… è qualcos’altro.

Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore. Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai (Sal 39, 8-10).

P.S. Venerdì prossimo, 13 ottobre, aderiamo tutti alliniziativa di preghiera e digiuno per lItalia.

(1) Il cardinal Burke ha recentemente ricordato, fra l’altro, che non è lecito a fedeli cattolici frequentare liturgie celebrate da vescovi o sacerdoti in situazione irregolare.

sabato 30 settembre 2017


Dio ci chiama a una nuova crociata / 3



L’albero di fichi senza frutti significa la stessa cosa della donna curva; il fatto che sia risparmiato l’albero di fichi indica lo stesso che il raddrizzamento della donna (san Gregorio Magno).

Non è un indovinello. San Gregorio Magno sta commentando, collegandole, due pericopi che nel Vangelo di san Luca si susseguono: la parabola del fico sterile e la guarigione della donna curva (Lc 13, 6-17). L’esegesi allegorica del grande Papa vede in entrambi un’immagine dell’umanità, piegata dal peccato originale e incapace di portare buoni frutti, nella sua condizione decaduta. Il fatto che il padrone del campo vada a cercare frutti per la terza volta richiama al Pontefice le tre forme in cui Dio ha soccorso l’umanità: la legge naturale, che ogni uomo può riconoscere con l’intelletto per dirigere i propri comportamenti; la legge positiva, rivelata per mezzo di Mosè al popolo eletto; la grazia, concessa con la propria stessa presenza grazie all’Incarnazione. Le anime dei perversi non si lasciano però né correggere dalla legge naturale, né istruire dai precetti né convertire dai miracoli, nonostante le cure di quanti sono preposti alla vigna del Signore.

Uno sguardo al contesto scritturistico e all’uso liturgico del passo ci suggerisce di applicare la geniale intuizione di san Gregorio, in prima istanza, all’antico Israele. Il passo evangelico è infatti utilizzato il sabato delle Quattro Tempora d’autunno, che coincide grosso modo con la festa ebraica dello Yom Kippur, il giorno della grande espiazione. L’epistola della Messa (Eb 9, 1-13) afferma chiaramente che lo scopo cui mirava il rito di purificazione che il sommo sacerdote eseguiva quel giorno, entrando da solo, un’unica volta all’anno, nel Santo dei Santi, è stato in realtà ottenuto con la morte, risurrezione e ascensione al cielo di Gesù, penetrato nel vero santuario di Dio (di cui quello terreno era una copia) non con il sangue di animali, ma con il proprio stesso sangue. A differenza del rito mosaico, che era solo una prefigurazione di per sé inefficace, l’atto compiuto da Cristo ci ha procurato una redenzione definitiva ed eterna.

Anche il contesto biblico incoraggia questa interpretazione a livello letterale. La parabola del fico sterile è strettamente connessa all’episodio precedente, in cui Gesù, a partire da fatti luttuosi che gli sono stati riferiti, ammonisce gli ascoltatori che, se non si convertono, faranno tutti una fine analoga a quella delle vittime, che rappresentano tanto la Galilea delle genti quanto la stessa Città santa (cf. Lc 13, 1-5). Alla fine del capitolo il Signore profetizza l’esclusione dei suoi contemporanei dal Regno di Dio e rimprovera Gerusalemme, che uccide i profeti, di non aver permesso che Egli radunasse i suoi figli, sebbene ci avesse provato tante volte anche in passato (indice, questo, della coscienza divina di Gesù). Altri – gli ultimi che saranno primi – prenderanno il loro posto venendo da Oriente e Occidente, mentre Dio abbandonerà il Suo tempio e i giudei non vedranno più il Messia, finché un giorno non diranno: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Lc 13, 35; cf. Lc 13, 28-30.34-35).

«Ipocriti! Sapete discernere l’aspetto della terra e del cielo; come mai non discernete questo tempo di grazia?» (Lc 12, 56). San Marco, dal canto suo, mostra le terribili conseguenze di questo mancato riconoscimento: l’enigmatica maledizione del fico senza frutti inquadra la cacciata dei mercanti dal tempio, divenuto una spelonca di ladri, ma destinato ad essere casa di preghiera per tutte le genti (cf. Mc 11, 12-21). L’antica economia sacrificale, rimasta infruttuosa e isterilitasi in un formalismo corrotto, ha esaurito la sua funzione e sta per lasciare il posto alla nuova, fondata sull’unico Sacrificio realmente efficace, che sarà offerto a Dio da un capo all’altro della terra (cf. Mal 1, 11). Il tempio di Gerusalemme sarà raso al suolo quarant’anni più tardi e la parte d’Israele che non sarà divenuta Chiesa sarà dispersa. Anche l’ultima possibilità offerta al fico dal coltivatore, che con la propria Passione vuole zappargli intorno e concimarlo prima che il padrone lo tagli (cf. Lc 13, 7-9), si sarà rivelata vana per la maggioranza del popolo.

San Paolo, giudeo convertitosi dalla sua intransigenza farisaica, intravede tuttavia uno spiraglio di speranza: un piccolo resto è rimasto fedele e Dio, un giorno, reinnesterà sul ceppo dell’olivo santo i rami da Lui potati per far posto ai rami di olivastro, i cristiani provenienti dal paganesimo; una volta entrata la totalità delle genti, anche Israele si convertirà e sarà salvato (cf. Rm 11, 4-5.16-27). Il Signore aveva già misteriosamente preannunciato questo evento raddrizzando – con una semplice parola d’autorità – la donna che da diciotto anni era tenuta curva, tanto da non poter guardare in alto, da uno spirito di infermità (Lc 13, 11-13), cioè dalle illegittime dottrine rabbiniche che opprimevano tutto il popolo, da lei simboleggiato. Per questo san Paolo applica proprio alla sua gente, induritasi in un’osservanza esteriore, questo versetto dei Salmi: «Siano oscurati i loro occhi sì da non vedere e fa’ loro curvare la schiena per sempre!» (Rm 11, 10; cf. Sal 68, 24). La loro caduta non è però irreversibile: se il loro rigetto occasionò la riconciliazione del mondo, che cosa non comporterà la loro riammissione (cf. Rm 11, 15)?

Quanto avvenuto nella storia sacra è un esempio per noi (cf. 1 Cor 10, 6). L’albero piantato e coltivato da Dio, poi resosi nuovamente infruttuoso, sarà tagliato, ma ributterà con la conversione di tanti non cristiani – compresi gli ebrei – e rifiorirà in uno splendore mai visto prima. Non intendo preconizzare un’altra Chiesa, ma un suo radicale rinnovamento operato non dagli uomini, ma da Dio. Quello che il Signore si aspetta da noi, in termini di necessaria preparazione e collaborazione, è che formiamo quel piccolo resto da cui, dopo la catastrofe, ripartirà la Chiesa del tempo futuro. Non siamo in grado di prevedere in che consisterà tale sconvolgimento (scisma, guerra mondiale o cataclisma naturale), ma questo non è essenziale. Anziché romperci la testa in inutili pronostici o lasciarci fuorviare da presunte rivelazioni, concentriamoci sul presente e su quello che dobbiamo fare per predisporre agli eventi noi stessi e quanti lo vorranno.

Pur senza perderci in improbabili previsioni, possiamo comunque cogliere i segnali che il nostro tempo ci invia e organizzarci di conseguenza. In Italia le forze dell’ordine sono state per lo più private della capacità operativa di proteggere i cittadini e di impedire i crimini comuni. I genitori, per poter mandare i figli a scuola, sono ormai costretti a lasciarli avvelenare con i cosiddetti vaccini, mentre chi resiste rischia di vedersi tolta la patria potestà – per non parlare del rischio che i bambini siano sessualmente pervertiti fin dall’asilo. Tasse esorbitanti, poi, monopoli mafiosi e regolamenti asfissianti soffocano ogni iniziativa con cui i giovani possano costruirsi un futuro. È quindi del tutto legittimo cominciare a provvedere da sé ribellandosi alla terrificante schiavitù del Leviatano mondialista. Essere pochi non è un problema, anzi rientra pienamente nelle condizioni stabilite dal Cielo; l’importante è che quei pochi siano realmente uniti a Cristo per mezzo di Maria, credendo, pregando e facendo penitenza.

Bisogna dunque formare piccole unità di credenti riunite da un sacerdote fedele e collegate in rete. Un riconoscimento formale non è strettamente necessario, a meno che non si riveli indispensabile per tutelare i membri del gruppo; in questo caso, in linea di massima, è meglio chiederlo a livello civile che a livello ecclesiastico. Ogni unità dovrebbe comprendere, nei limiti del possibile, almeno un medico, un avvocato e un militare, in previsione di circostanze in cui non sia possibile curarsi nelle strutture pubbliche, o ci si debba difendere da ingiuste accuse o leggi inique, o si sia costretti all’autodifesa (che è un obbligo morale nei confronti degli indifesi e di coloro di cui si ha la tutela). Sarebbe poi un’ottima cosa incrementare le scuole parentali già esistenti e, se ci sono le forze, crearne di nuove, oppure, per gli adolescenti, aprire dei dopo-scuola in cui correggere le storture dell’istruzione ufficiale e offrire ai ragazzi un ambiente sano di socializzazione.

È altresì urgente formare competenti evangelizzatori, laici e consacrati, che portino la luce del Vangelo a tutti, musulmani, cinesi, ebrei e – perché no? – massoni, così da farne, da nemici, ardenti apostoli, proprio come l’uomo di Tarso. A livello intraecclesiale, diamo con entusiasmo la nostra adesione alla Correctio filialis sommergendo il Vaticano di comunicazioni di appoggio, senza curarci dell’esecrazione del mondo e dei lealisti. Come e quando il Signore interverrà, lo lasciamo al Suo divino consiglio; ma, da parte nostra, ci vuole un deciso sussulto di resistenza attiva perché il Suo intervento trovi almeno una base su cui innestarsi: anche qui la grazia suppone la natura.

Tu, sorgendo, avrai pietà di Sion, perché è tempo di averne pietà […]. È il Signore che ha edificato Sion [= la Chiesa] per manifestarsi nella sua gloria. Egli ha guardato alla preghiera degli umili e non ha disprezzato la loro supplica. Questo sia scritto per la generazione futura, perché il popolo che sarà creato lodi il Signore (Sal 101, 14.17-19).

sabato 23 settembre 2017


Dio ci chiama a una nuova crociata / 2



Magari la Chiesa tutta si rispecchiasse in Maria, che è tutta rivolta a Dio! E lo farà: cominceranno i pochi, ma Dio salverà i molti attraverso i pochi veramente uniti al Figlio (una lettrice).

Non ci avevo mai fatto caso prima: nei Vespri del martedì i testi salmici suggeriscono un passaggio dall’oppressione alla libertà. Miserere nostri, Domine, miserere nostri, quia multum repleti sumus despectione (Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, poiché siamo proprio colmi di disprezzo; Sal 122, 3). Anima nostra sicut passer erepta est de laqueo venantium (L’anima nostra, come un passero, è stata strappata al laccio dei cacciatori; Sal 123, 7). Quia non relinquet Dominus virgam peccatorum super sortem iustorum, ut non extendant iusti ad iniquitatem manus suas (Perché il Signore non lascerà lo scettro dei peccatori sopra la parte toccata ai giusti, affinché i giusti non stendano le mani per azioni inique; Sal 124, 3). In convertendo Dominus captivitatem Sion, facti sumus sicut consolati (Quando il Signore ha riportato i prigionieri di Sion, siamo stati consolati; Sal 125, 1). Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Se il Signore non avrà custodito la città, invano vigila colui che la custodisce; Sal 126, 1).

In queste parole è evidente il primato della grazia e l’azione preveniente della Provvidenza, senza la quale saremmo spacciati di fronte al potere del maligno e di chi lo serve; allo stesso tempo si presuppone che l’uomo non resti completamente inerte, ma che stia facendo quanto in suo potere per liberarsi e difendersi da esso. Una massima della tradizione spirituale cattolica attribuita a sant’Ignazio di Loyola raccomanda di fare ogni cosa come se tutto dipendesse da noi e attendere il risultato come se tutto dipendesse da Dio: ecco il segreto di un giusto rapporto tra natura e grazia, che ci preserva dagli estremi del fideismo spiritualistico e dell’attivismo volontaristico. È Dio che dirige la storia umana, ma tenendo conto della nostra cooperazione, che Egli, nella Sua prescienza, già conosce da tutta l’eternità. Nel collaborare con la grazia conserviamo pienamente la nostra libera iniziativa, che dev’essere tuttavia docile alle ispirazioni dello Spirito Santo.

Ho motivo di credere che il Signore stia per intervenire, ma che aspetti un sussulto di riscossa da parte nostra. Non un’iniziativa puramente umana dettata dalla frustrazione o dall’esasperazione, bensì un moto suscitato dalla fede nella Sua indefettibile provvidenza e «incomprensibile sapienza, con cui ordina bene anche il male» (sant’Anselmo d’Aosta, Cur Deus homo, I, 7). In questa luce, come già altrove accennato, Dio può aver permesso lo scisma d’Oriente, nel 1054, perché mille anni più tardi ci fosse una parte della Chiesa che rimanesse immune dall’apostasia, dopo essere sopravvissuta alla peggiore persecuzione della storia. È vero che non tutto è perfetto presso gli ortodossi, soprattutto per quanto riguarda la negazione del primato di giurisdizione del Successore di Pietro (inequivocabilmente attestato, già nel primo millennio, da molteplici esempi, sebbene non nella forma attuale) e la grave deroga costituita dalle seconde nozze (a cui si ispirano, a sproposito, i novatori nostrani). Queste pecche così evidenti, tuttavia, non possono annullare completamente il bene che il Paraclito sta operando presso di loro, a meno che non si intenda imporre dei limiti d’azione anche a Lui, conforme ai propri schemi teologici – o ideologici?

Un discorso analogo – mutatis mutandis – può valere per l’Islam. La sua radice è chiaramente diabolica, come dimostrano la storia e gli effetti della sua espansione, nonché la sua traiettoria decisamente anticristica. Ciononostante, proprio quell’imprevedibile Sapienza che volge in bene anche il male può far sì che tanti suoi adepti in buona fede, nonostante la natura perversa della loro religione, cercando Dio sinceramente pervengano ad una sana religiosità naturale e ricevano delle grazie prevenienti dello Spirito Santo (quelle che Dio concede ad ogni uomo di coscienza retta per orientarlo alla conversione). È accertato che, nel mondo, milioni di islamici sarebbero pronti a farsi cristiani, se questo passo non comportasse la morte immediata. In regimi più tolleranti, come il Marocco e l’Algeria, i pentecostali hanno lanciato un’intensissima attività di proselitismo, visto che gli istituti missionari cattolici – compresi quelli espressamente fondati per l’evangelizzazione dei musulmani – hanno completamente abbandonato il proprio compito a pro del dialogo interreligioso. Che cosa sta preparando la Provvidenza?

È vero che la figura di Allah, nel Corano, ha ben poco in comune con il Padre rivelato da Gesù Cristo; è altresì evidente che nell’Islam si faccia tutto per costrizione e che il sistema si regga su una spaventosa forma di oppressione mentale, dato che non si ammette nemmeno l’ipotesi di un qualche coinvolgimento della coscienza. Ma questo può forse impedire allo Spirito Santo di soccorrere chi cerca Dio con cuore sincero, dandogli il gusto dell’adesione interiore e vivificando dall’interno i frammenti di verità che, nonostante tutto, sono veicolati dalla sua religione? Sulla base di questa costatazione, abbiamo una motivazione più che valida per condividere la luce della fede, che abbiamo immeritatamente ricevuto in dono, con quelli di loro che almeno inconsapevolmente la desiderano e, qui da noi, sono più liberi di accoglierla. In questo modo, fra l’altro, li sottrarremo alla pestifera propaganda degli imam pagati dall’Arabia Saudita (e non solo) per radicalizzare, sul nostro suolo, uomini che a casa loro non avevano alcuna velleità estremista o giovani le cui frustrazioni rinfocolano l’odio e il disprezzo per l’immoralità e il nichilismo della nostra cultura.

Cedere prontamente il posto sull’autobus a un uomo di Dio, riconosciuto dall’abito lungo e dalla corona in mano, è da noi qualcosa di quasi introvabile, ma è spontaneo per chi ha il senso del primato divino. La nobile fierezza con cui si muove una giovane nubile della Città vecchia, a Gerusalemme, non è nemmeno paragonabile alla volgare sciattezza con cui si presentano le nostre ragazze (s)vestite come donne di strada, che con queste premesse non potranno mai essere spose fedeli e buone madri di famiglia. Ora, visto che i padroni del mondo fanno leva sui lati peggiori dell’Islam per portare avanti un “conflitto di civiltà” completamente artificiale, abbiamo tutto l’interesse a far leva sui lati positivi dei musulmani per condurli a Cristo.

Una volta esauritasi la spinta del conflitto con i regimi comunisti da essa stessa orchestrati, per poter continuare a tenerci sotto pressione l’alta massoneria ha creato l’Islam radicale, trovando ovviamente un terreno già predisposto; dall’11 settembre 2001 si serve di estremisti islamici per realizzare attentati organizzati dai servizi segreti occidentali. Anche la Chiesa, come avvenne durante la shoah, può avere il suo “servizio segreto”, questa volta non per sottrarre gli ebrei alla deportazione, ma per portare il Vangelo a musulmani che, in mancanza di un valido ideale, rischiano di lasciarsi trasformare in fanatici. Le circostanze impongono di guardarsi dagli estremisti dell’una e dell’altra sponda: i cattolici ideologizzati dell’accoglienza incondizionata (che oltretutto pregiudica ogni sviluppo dei Paesi d’origine, privati delle forze migliori) e gli islamici radicali delle moschee d’Europa (che sfruttano la dabbenaggine dei primi nell’intento di sottometterci). Ma un sant’Ignazio di Loyola o un san Gaspare del Bufalo, se vivessero nel nostro tempo, non si metterebbero forse all’opera per far rinsavire i fedeli e per evangelizzare gli infedeli? (continua)

sabato 16 settembre 2017


Dio ci chiama a una nuova crociata



Il Signore non abbandonerà la Sua Chiesa. Gli Apostoli erano dodici e il Signore ricomincerà con pochi. Dobbiamo avere fede, speranza e fortezza (il cardinale Carlo Caffarra in lacrime, pochi giorni prima di morire).

Parlare di situazione drammatica è ormai superfluo: solo chi è ipnotizzato dalla propaganda dorme sonni tranquilli, come se tutto fosse in ordine. L’invasione è sotto gli occhi di tutti: migliaia di giovanotti prestanti, che non hanno affatto l’aria di persone denutrite che scappano dalla fame, continuano a sbarcare ogni giorno sulle nostre coste, prelevati dalla nostra stessa Marina militare a pochi chilometri dalle coste libiche. Il ritiro delle “organizzazioni umanitarie” prezzolate ha inciso solo parzialmente sul flusso di migranti indotti, che poi finiscono o nelle maglie del lavoro nero e della criminalità organizzata o in bivacchi improvvisati sulle piazze italiane, dalle quali spostarsi eventualmente di quando in quando, onde ammazzare la noia, per qualche stupro singolo o di gruppo. È notorio, fra l’altro, che la cosiddetta “accoglienza” sia diventata un business molto redditizio. Gridare indignati al razzismo contro chi denuncia quest’incubo è semplicemente da imbecilli; esortare all’accoglienza incondizionata, invece, è da criminali.

Alla prima categoria appartengono i decerebrati della sinistra, che hanno perso l’uso del raziocinio. Il pensiero marxista si può infatti definire il virus HIV della ragione: esso ne distrugge le difese immunitarie, ossia la capacità di riconoscere e respingere gli errori e le assurdità. Bisogna forse compiangerli? No, perché lasciarsi deformare intellettualmente dal marxismo è una colpa, ancor più grave per chi è stato educato nella religione cattolica. Della seconda categoria fanno parte quei leader che sono stati collocati al loro posto dal governo-ombra che domina il mondo. A Roma ce ne sono due particolarmente loquaci. Uno è una donnetta che, dopo essersi creata un’immagine con il “lavoro” (strapagato) presso un’agenzia delle Nazioni Unite, è stata scelta come terza carica dello Stato e, dall’alto del suo scranno, non perde occasione per sciorinare, con l’aria di chi non capisce bene quel che sta dicendo, la lezioncina che le hanno fatto imparare a memoria. Visto che si cruccia tanto per il deficit demografico del nostro Paese, basterà ricordarle che gli Italiani sarebbero molti di più, se sei milioni di loro non fossero stati sterminati nel grembo materno.

L’altro – ahimé – occupa una posizione moralmente e spiritualmente ben più alta; quel che dice è farina del suo sacco, cosa che – con l’insistenza e il tono colpevolizzante con cui lo dice – gli dà una parvenza di credibilità, già solo per il compito che è ritenuto svolgere. È ormai risaputo, però, che anch’egli ha una mentalità marxista: egli stesso ha candidamente confessato di essersi fatto “iniziare” alla politica (in un’epoca in cui l’unico approccio ammesso era proprio quello marxista) da un’ardente apostola del comunismo, che fu ben felice di passare un mucchio di libri proibiti al giovane provinciale dei Gesuiti. Una conquista non da poco… salvo che leggere quei testi fosse – ed è – peccato grave, a meno che non si sia autorizzati per validi motivi. Il succitato, andato poi in crisi esistenziale (come mai?), pensò bene di affidare la propria anima – a un bravo direttore spirituale? Ma no, son cose da preconcilio! – ad un’abile psicanalista ebrea… Ora, se si tien conto del fatto che la psicanalisi freudiana riconduce tutto al sesso e quella junghiana riduce Dio ad archetipo culturale, sarà subito chiaro che non c’è nulla di meglio per demolire un prete.

Mi correggo: demolire non è il termine più pertinente. In realtà si tratta di destrutturare una mente e ristrutturarla in modo contrario al retto funzionamento della ragione, che riflette l’ordine oggettivo della realtà. Questa perversione dell’intelletto, coniugata alla gnosi marxista, causa una disfunzione mentale umanamente irrimediabile: chi non la pensa come me avrà sempre immancabilmente torto perché è un borghese sessualmente represso; io avrò sempre immancabilmente ragione perché ho coscientizzato i veri meccanismi che muovono gli individui e la società… Per guarire ci vorrebbe un miracolo, ma questo tipo di miracoli richiede il libero assenso della persona (proprio quello che chi è mentalmente deformato non è in grado di dare). Come se non bastasse, un cattolico in queste condizioni rimane completamente privo di difese intellettuali contro il modernismo e non può fare a meno di assimilarlo acriticamente senza filtro alcuno. Tirate le somme e avrete l’identikit di molti preti formatisi in quegli anni, poi divenuti vescovi, cardinali e…

Che il personaggio in questione sia stato piazzato al suo posto dall’élite mondialista è altamente verisimile. Le comunicazioni di John Podesta, braccio destro della Clinton, parlano esplicitamente di un piano per innescare una “primavera” rivoluzionaria anche nella Chiesa Cattolica. C’è poi l’esplicita ammissione del cardinal Daneels (ex-arcivescovo di Bruxelles e protettore di un vescovo accusato di pederastia) circa la cosiddetta mafia di San Gallo, nonché la rivelazione concernente un altro suo membro, il cardinal Murphy O’Connor, e la sua attività di coordinamento dei cardinali del Commonwealth in vista dell’elezione dell’argentino che nel 2005 aveva perso la corsa (1). I cardinali statunitensi, invece, furono convinti dal nunzio Viganò, esiliato dal Vaticano; quelli sudamericani, guidati dal cardinal Hummes, non ne avevano bisogno. Infine fu arruolata la banda di Bertone, a quanto pare con promesse di immunità regolarmente mantenute; i suoi uomini sono in effetti tra i pochi rimasti in sella, per non parlare del famigerato attico da cui nessuno può schiodare il loro promotore…

Si direbbe che gli unici criteri ispiratori, per certi ecclesiastici, siano non certo il bene della Chiesa e tanto meno la fede, quanto piuttosto il denaro e il potere (ed eventualmente qualcos’altro). Peccato che tutte quelle tresche siano proibite, sotto pena di scomunica e con l’effetto dell’invalidità dell’elezione, dalla Costituzione Apostolica Dominici gregis di Giovanni Paolo II. Ma nessuno batte ciglio nella gerarchia; degli unici quattro che hanno aperto becco su un singolo punto, due sono improvvisamente deceduti… Uno dei sopravvissuti ha quasi novant’anni; l’altro hanno tentato di relegarlo in un’isoletta del Pacifico, ma non è stato al gioco: preghiamo per la sua incolumità. Quella gente non scherza: ora che, con la complicità di prelati corrotti nella mente e nei costumi, sono riusciti a piazzare sul Soglio di Pietro un sedicente cattolico che difende con convinzione le loro idee, non tollerano contestazioni. La situazione sembra umanamente senza via d’uscita; ma non tiriamo le somme senza il buon Dio: saremmo simili agli apostati. (continua)

(1) Per la cronaca, Murphy O’Connor era stato denunciato alla Congregazione per la Dottrina della Fede per aver coperto un prete responsabile di abusi; ma, in nome del servizio da lui resogli, l’eletto ha bloccato l’inchiesta telefonando di persona al cardinal Müller mentre diceva Messa e obbligandolo a interromperla.

sabato 9 settembre 2017


Dall’Ungheria la salvezza dell’Europa?



Circa ventisette anni fa avevamo pensato che il nostro futuro fosse in Europa. Oggi noi siamo il futuro dell’Europa (Viktor Orban, 25 luglio 2017).

Il 2 settembre, nel calendario tradizionale, si fa memoria di santo Stefano, re apostolico d’Ungheria. Il fondatore dello Stato magiaro aveva chiesto e ottenuto dal Papa, al quale offrì il proprio regno, il titolo regale e l’autorizzazione ad essere consacrato con l’unzione. Durante il suo governo, egli propagò vigorosamente il cristianesimo con la fondazione di diocesi e monasteri da lui stesso dotati di beni. Come riconoscimento della sua intensa devozione mariana, il Signore lo chiamò a Sé il 15 agosto 1038. Per volere del beato Innocenzo XI, promotore della coalizione antiturca, la data della festa liturgica coincide però con l’anniversario della riconquista di Buda, attribuita all’intercessione del Santo e avvenuta tre anni dopo la decisiva vittoria di Vienna (1683). L’Ungheria, liberata dal giogo ottomano, scelse come re l’arciduca Giuseppe d’Asburgo e, fino al 1918, la sua storia rimase legata a quella dell’ultimo impero cattolico.

Se la liberazione di Malta dall’assedio turco, nel 1565, e la storica battaglia di Lepanto, sei anni più tardi, avevano vanificato i progetti di invasione dell’Italia dal mare e posto fine allo strapotere ottomano nel Mediterraneo, limitando sensibilmente le scorribande che per secoli terrorizzarono i Paesi cristiani con saccheggi, massacri e deportazioni, i trionfi riportati sulla terraferma arrestarono l’avanzata musulmana nei Balcani, che mirava ugualmente a raggiungere la Città eterna. Da quando Maometto lasciò Medina (622), dove – guarda caso – era vissuto in seno alla comunità ebraica, l’Islam non ha avuto che un obiettivo: distruggere il cristianesimo. La sua unica modalità di espansione, quella militare, ha provocato più di un millennio di guerre per la conquista delle terre cristiane, prima in Nord Africa e in Medio Oriente, poi in Europa, con decine di milioni di vittime. Più volte la cristianità si è vista stretta nella morsa delle orde musulmane, ma ogni volta le ha respinte sostenuta dalla fede e da interventi soprannaturali; basti ricordare l’epica reconquista della penisola iberica e la conversione della principessa araba Fatima, che diede il nome al luogo scelto dalla Signora per manifestarsi.

Se le potenze europee non fossero state divise dal protestantesimo e da interessi rivali, avrebbero potuto liquidare l’impero turco ben prima della sua decadenza, accompagnata dalla loro conquista di buona parte dei suoi territori. Secondo il beato Charles de Foucauld, il fatto che la Provvidenza avesse affidato alla Francia un enorme dominio coloniale implicava la responsabilità di convertire i musulmani, che altrimenti, un giorno, ci avrebbero invaso. Tra la fine del XIX secolo e la metà del XX buona parte del pianeta era sotto il controllo di Stati cristiani e le missioni cattoliche prosperavano ovunque, con decine di migliaia di vocazioni maschili e femminili. Com’è noto, però, i governi massonici tentarono più volte di soffocare l’apostolato ecclesiale sopprimendo gli istituti religiosi. D’altro canto le colonie, appena ottenuta l’indipendenza dai medesimi governi massonici, sprofondarono – specie in Africa e in India – in orrende violenze che compromisero gravemente l’opera di cristianizzazione.

Giusto in quegli anni, per la Chiesa Cattolica, iniziava a sorpresa la stagione dell’aggiornamento e all’evangelizzazione si sostituì il dialogo interreligioso; la Chiesa conciliare tradì la sua missione, provocando da sé la propria stessa regressione a tutti i livelli. Proprio quando il mondo sembrava a un passo dal divenire cristiano, scoppiò una crisi di fede senza precedenti che pone oggi la necessità di rievangelizzare gli stessi Paesi un tempo fedeli. Una gioventù inerte e senza midollo è risucchiata nel vortice della droga, del sesso e dell’occultismo, che spesso la riduce, fin dalla preadolescenza, a un livello infraumano. A chi potrebbe appellarsi un beato Marco d’Aviano, o chi potrebbe arruolare un principe Eugenio di Savoia? Chi ci difenderà quando i milioni di musulmani che abbiamo in casa si rivolteranno contro di noi e ci taglieranno la gola? Quali istituzioni proteggono le nostre donne, le nostre chiese e le nostre case? Quelle che hanno incaricato sodomiti, islamici e cattolici venduti di controllare la Rete per denunciare chi incita all’odio? Come non vedere in tutto questo un disegno studiato a tavolino per imbastardire la popolazione europea in modo da cancellarne memoria e identità e, con esse, l’eredità cristiana?

Se per più di mille anni l’Islam ha tentato invano di conquistare l’Europa con la forza, oggi sta attuando una sottomissione lenta e inavvertita, aggiornando (anch’esso!) il programma seguito da Maometto fin dall’inizio. Rispetto al passato, però, non si tratta di un Islam autonomo, ma di un Islam manipolato dai poteri occulti che mirano a instaurare un unico governo mondiale. L’invasione è voluta e finanziata da miliardari come George Soros, ebreo di origini ungheresi che ha costruito la sua immensa fortuna su ignobili speculazioni finanziarie su scala mondiale che hanno provocato gravissimi dissesti economici (come – tanto per citarne una – la svalutazione della lira del 1992, che ci portò a un passo dalla bancarotta). Ma finalmente un capo di governo europeo, Viktor Orban, ha avuto il coraggio di denunciarlo pubblicamente, all’interno di una politica volta a preservare la sovranità nazionale e la crescita demografica del suo Paese con un’efficace difesa delle frontiere e un deciso sostegno alla natalità. Nulla di più politicamente scorretto…

Santo Stefano d’Ungheria, a quanto pare, continua ad intercedere efficacemente per la sua terra, ma anche per tutta l’Europa. Quanto affermato da Orban vale per tutti i Paesi dell’Unione: è l’unica via per evitare il suicidio collettivo a cui ci stanno spingendo. «Se l’Europa vuole continuare ad essere attuabile, deve ricuperare la sua sovranità e liberarsi dall’impero di Soros», il cui piano prevede una sostituzione di popoli mercé «un’Europa scristianizzata, governi burocratici e senz’anima». Sembra un sogno udire da un uomo politico parole così dirette, perentorie e inequivocabili! Siamo ad anni-luce dal fumoso e servile politichese in cui s’esprimono i miserabili burattini di casa nostra. L’unico altro esempio, a mia conoscenza, di simile franchezza e chiaroveggenza è Vladimir Putin, non a caso oggetto da tempo, come il suo collega ungherese, di sistematiche campagne diffamatorie da parte del sistema mediatico asservito alla finanza.

Alcuni si urteranno, ma non posso fare a meno di auspicare un’alleanza cattolico-ortodossa che faccia da scudo al dilagare del potere luciferino dell’alta massoneria finanziaria guidata dalle sue cabalistiche dottrine. Come in tutta la storia sacra, Dio sceglie chi vuole. Temo proprio, d’altronde, che all’uopo non bastino conventicole di nostalgici rimasti fermi a un mondo che non esiste più; semmai ci vogliono gruppi coordinati di cattolici fedeli che organizzino la resistenza e si preparino alle prove che ci attendono. Non è per il gusto di fare il profeta di sventura, ma perché ce lo indica il Cielo: fu la Madonna a predire a suor Lucia che la Russia sarebbe stata lo strumento del castigo divino. Ma con gli storici nemici di un tempo, come la Polonia e l’Ungheria, essa potrebbe rivelarsi, inaspettatamente, anche un baluardo posto da Dio.

sabato 2 settembre 2017


Come si riforma la Chiesa?



Quoniam non intellexerunt opera Domini et in opera manuum eius, destrues illos et non ædificabis eos (Sal 27, 5).

Nella Vulgata non è un’imprecazione, ma una costatazione di dolente preveggenza. Quanti non hanno compreso le opere del Signore, né sono penetrati in esse con l’intelletto, saranno da Lui distrutti piuttosto che edificati, cioè abbandonati al vuoto da loro scelto e all’inconsistenza dei loro vaneggiamenti. Purtroppo questo risultato, anche prima del giudizio finale, è già visibile nella condotta di molti chierici, che sfigura il volto della Chiesa militante e ne destituisce la credibilità dell’annuncio. La “fortuna” è che, finché siamo quaggiù, possiamo ancora cambiare, con la grazia di Dio. Chi scrive lo riconosce con umiltà e gratitudine: la consacrazione alla Madonna, compiuta per la prima volta diciotto anni fa, ha portato frutti che mai avrebbe immaginato. È tuttavia necessario che ogni ministro prenda coscienza del bisogno che ha di essa per corrispondere alla volontà di Dio e che faccia la scelta di realizzarla.

Il seminario, pur appellandosi ossessivamente alla Parola, non ci ha formati in base al Vangelo, ma ci ha incastrati in uno stampo che corrispondeva alla visione del rettore di turno, ai suoi chiodi fissi e alle sue affinità elettive. Così, a seconda dell’ambiente in cui ci siamo formati, siamo venuti fuori con un tipo diverso. Il più comune sembra quello di un uomo che si gode la vita da buon viveur e propone un cristianesimo bonario, rilassato e gaudente in cui preghiera e penitenza sono termini del tutto desueti. Di riparazione ed espiazione vicaria, neanche a parlarne: Dio è misericordia e perdona tutto con un colpo di spugna, come recita un mantra che non è certo comparso solo quattro anni fa. Un altro ripete che Dio ti ama così come sei (ma proprio perché ti ama – bisognerebbe aggiungere – non ti lascia così come sei, egoista e peccatore, giacché in questo modo il Suo amore rimane senza frutto e rischi di dannarti; se invece lo riconosci e, con il Suo aiuto, ti decidi seriamente a cambiare, la grazia ti trasformerà e potrai addirittura farti santo).

Questa immagine del prete è quella che si impone in molte attività estive con giovani e ragazzi, che purtroppo ne escono spesso ancor più diseducati e corrotti, se mai ce ne fosse bisogno. In molti casi, tuttavia, a ciò che soddisfa l’interesse immediato della natura decaduta si somma qualcosa di più nobile, conformemente agli orientamenti del Pastore: può essere una forma di preghiera che titilla l’emotività e il sentimentalismo senza nemmeno scalfire coscienze assuefatte al peccato grave… oppure una riflessione esistenziale con cui si contempla il proprio ombelico alla ricerca del senso della vita, dimentichi di quello che il Creatore e Redentore già le ha impresso… oppure ancora un servizio volontario che nasce da motivazioni puramente ideologiche e si restringe all’ambito strettamente materiale, come se il bisogno principale dell’uomo non fosse quello di conoscere la verità e di trovare la via della salvezza eterna (che – detto per inciso – è una sola ed è quella che noi cristiani, per grazia, conosciamo e ci sforziamo di seguire).

La “forma” assunta da un prete si riconosce da ciò che propone. Non ne parlo per il gusto di criticare o con spirito di superiorità, essendo debitore a Dio più di chiunque altri. È l’esperienza di san Paolo: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16). Scrivo con dolore e speranza al tempo stesso. I falsi maestri ci hanno deformati interiormente, ma la consacrazione al Cuore immacolato di Maria può operare veri miracoli. Per questo vi chiedo di raccomandarla ai vostri sacerdoti con audacia e convinzione; se vi ascoltano, ve ne saranno grati per tutta l’eternità, come io lo sono alla parrocchiana che, mossa da un’ispirazione divina, senza saper nulla della mia situazione me ne parlò per la prima volta in un momento esiziale della mia vita, nei primissimi anni di ministero… e la Madonna mi preservò dalla rovina morale e spirituale.

Il più grosso ostacolo che impedisce a un sacerdote moderno di abbandonarsi all’opera plasmatrice dello Spirito Santo per le mani dell’Immacolata è il suo attaccamento alla propria visione del mondo e della Chiesa, che si frappone tra la sua coscienza e la realtà pura e semplice. L’opera di Maria consiste dunque anzitutto nel riportarci dolcemente alla realtà, dissolvendo a poco a poco i filtri intellettuali con cui la guardiamo e abilitandoci di nuovo a quella conoscenza diretta che nei bambini è ancora intatta. La capacità di cogliere l’evidenza del reale ci riserva molte sorprese, sia sul piano naturale che su quello soprannaturale. La falsa scienza e la cattiva teologia sono filtri che oscurano l’intelletto e lo privano delle sue potenzialità originarie, già compromesse dal peccato originale. Ma quale meraviglia quando la mente si riapre alla luce, liberata dalle bende che le sono state imposte con il pretesto di renderla adulta!

Non saper leggere dentro le opere di Dio è la peggiore delle povertà. L’uomo, fatto a Sua immagine per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo eternamente nell’altra, si rattrappisce in una miseria degradante, diventando progressivamente insensibile al Vero, al Buono e al Bello e riducendosi di conseguenza a gustare con avidità quanto c’è di più ripugnante e vergognoso… Ecco la radice della corruzione del clero, che – secondo le parole attribuite alla Vergine da Mélanie Calvat, la veggente della Salette – sarebbe diventato una cloaca di impurità. Gesù, mio Dio, come devi aver sofferto con tua Madre davanti a questo triste spettacolo, contemplato dall’alto della croce…! Pur essendo nella gloria, sulla terra voi continuate entrambi a soffrire e a versare lacrime di sangue, sia perché la vostra Passione continua nelle membra del Corpo mistico, sia perché le vostre sofferenze hanno un valore eterno, permanente, e diventano presenti in ogni Messa.

Sacerdote, fratello mio, ascolta l’appello di uno che si è visto salvato da Cristo per mezzo di Maria. Consàcrati al Suo Cuore immacolato e, dovunque tu sia, anche in fondo a una pozza di fango, fatti prendere per mano da Lei: sarà il trionfo della grazia, purché tu faccia la tua parte per combattere il peccato e cooperare con essa. Non si cambia la Chiesa con piani pastorali fatti a tavolino o verbosi progetti educativi che rimangono regolarmente lettera morta. Comincia dal riformare te stesso, pregando, digiunando e correggendo con fermezza quanto nel tuo stile di vita non è gradito a Dio. Non ci vogliono libri o dottorati, ma molta umiltà e perseveranza; libri e dottorati, eventualmente, saranno utili nella misura in cui ti aiuteranno a conoscere meglio Gesù in Maria e a conformare la tua esistenza alla Loro. Quanto ai testi nocivi, che non sono in continuità con la sana Tradizione, gettali via senza ripensamenti. Non è devozionalismo fuori moda: i Cuori di Gesù e Maria sono un libro senza fine che vale più di tutti i corsi e le conferenze che potrai mai seguire.

sabato 26 agosto 2017


Consacrazione della Santa Sede
al Cuore Immacolato di Maria



O Dio, chi è simile a te? Non tacere e non trattenerti, o Dio: poiché, ecco, i tuoi nemici hanno suonato l’allarme e quanti ti odiano hanno alzato il capo. Sul tuo popolo hanno tenuto consiglio con ostilità e hanno pensato contro i tuoi santi. […] Poiché hanno pensato in modo unanime, insieme hanno stretto alleanza contro di te […] tutti i loro capi, che hanno detto: «Prendiamo in possesso il Santuario di Dio» (dal Sal 82).

Perché hai distrutto la sua cinta e ne fanno vendemmia tutti quelli che passano per via? L’ha devastata il cinghiale della selva e la belva solitaria se n’è pasciuta. Volgiti, Dio delle potenze, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna. […] Sia la tua mano sull’uomo della tua destra e sul figlio d’uomo che per te hai reso forte (dal Sal 79).

O Maria, Vergine santa, Madre di Dio e della Chiesa,
Regina del cielo e della terra, onnipotente per grazia,
Sovrana degli Angeli e dei Santi e terrore delle schiere infernali,
empi, immorali, increduli ed eretici si sono infiltrati nel campo di Dio
e hanno occupato il cuore del Santuario
riempiendolo del fumo di Satana, di errori e di abomini.
Come figli Tuoi ci stringiamo a Te gridando nella prova
e come vivi strumenti a Te consacrati ci mettiamo a Tua disposizione
perché Tu intervenga in soccorso della Chiesa.
La barca di Pietro, sbattuta dai flutti, pare aver perso la rotta,
ma Tu vegli come madre su di essa indicandole il porto.
Poiché sembra priva di nocchiere, Ti imploriamo di suscitare l’uomo scelto da Dio;
ma poiché nessun essere umano potrebbe liberarla da solo dai nemici che la dominano
noi ci appelliamo alla Tua autorità materna
e, in qualità di Tuoi figli diletti, osiamo disporne per il bene della Chiesa.
Pertanto in Te, con Te e per mezzo di Te, nostra Madre,
consacriamo la Santa Sede al Tuo Cuore Immacolato,
così che il Tuo potere invincibile ne prenda pieno possesso
e ne scacci i nemici di Dio, che qui fingono di servirlo per devastarne la vigna.
Regna su questo luogo santo, o Regina del mondo,
e, per mezzo dei Tuoi eletti, purificalo da ogni sozzura.
Per intercessione di san Giuseppe, Patrono della Chiesa universale,
di san Michele Arcangelo, difensore del Popolo di Dio,
dei beati apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi e le Sante del cielo,
libera questo colle e tutti i suoi edifici
da ogni influsso del diavolo e di chi lo serve,
perché di qui torni a risplendere nell’orbe intero, a sua salvezza,
la benefica luce della verità di Gesù Cristo Salvatore,
che per mezzo di Te è venuto nel mondo
e per mezzo di Te sta per tornare nella gloria.

Salve, Regina…



Con l’aiuto della Signora il 22 agosto, festa del Cuore Immacolato di Maria secondo il calendario tradizionale, al termine della Messa tridentina in Suo onore abbiamo potuto recitare questo atto di consacrazione nella basilica di San Pietro; eravamo quasi quaranta persone, ma in diverse città d’Italia molti altri si sono associati spiritualmente al nostro gesto o lo hanno sostenuto con le loro preghiere e penitenze. La domenica precedente, alla sera, per preparare questo momento avevamo fatto il giro della Città del Vaticano recitando l’intera corona del Rosario. A gloria di Dio e – speriamo – a beneficio della Chiesa, tutto si è svolto nella serenità e nella pace, a coronamento di un breve pellegrinaggio che ci ha condotti a pochi metri dalla sepoltura dell’apostolo Pietro, nell’antica necropoli vaticana, e davanti alle urne di santa Caterina da Siena, san Filippo Neri e sant’Ignazio di Loyola, promotori dell’autentico rinnovamento della Chiesa in epoche di grave corruzione e disorientamento.

Le opere ispirate dalla Madonna si contraddistinguono per quella Sua infallibile tutela che rende ogni cosa facile e soave; ma la “firma” che Ella ha voluto apporre all’iniziativa è stato il luogo assegnatoci per la celebrazione, scelto all’ultimo momento in base al numero di partecipanti. È una magnifica cappella chiusa che non viene mai concessa ai gruppi; al di sopra dell’altare, collocato sul sarcofago di san Giovanni Crisostomo, considerato il padre della liturgia bizantina, troneggia Maria Regina nell’atto di schiacciare la testa al serpente. Ci è sembrata una conferma discreta ed eloquente al tempo stesso. Nel centro della Chiesa universale, in un luogo che testimonia i due “polmoni” con cui essa respira, confidiamo di aver compiuto un atto che, se così Dio vuole, potrebbe mettere in moto un processo a livello soprannaturale.

Questo non ci esime di certo dal continuare a pregare e offrire, ma ci fornisce un motivo, per quanto umile e nascosto, di fiducia e di consolazione. I piccoli della Bibbia, obbedendo con semplicità all’Altissimo, vengono da Lui resi capaci di gesta che superano di gran lunga le loro forze naturali. Il giovane Davide abbatté il gigante filisteo, terrore di tutti i guerrieri d’Israele, con un sasso e la sua fionda da pastore, perché sapeva usarla bene. Anche una nostra povera preghiera può diventare, nelle mani della Sovrana del cielo e della terra, sua discendente, come il ciottolo da lui scagliato.