Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 25 giugno 2016


La sagra delle corbellerie


Sembra che non ci sia proprio fine al getto continuo di bestialità cui ci ha abituato, nostro malgrado, il pontificato targato AL (America Latina). Come però è stato opportunamente osservato, anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità, pur con tutto l’aiuto della grazia, specie se chi dovrebbe rappresentare Nostro Signore si diverte a bestemmiarlo come un ragazzino che sa di farla sempre e comunque franca. Il tempo massimo di sopportazione di una prova permessa da Dio, secondo la Bibbia, si aggira intorno ai tre anni e mezzo; possiamo quindi chiedere convintamente al Cielo che, dal 13 settembre prossimo, dia un’occhiata verso Santa Marta e provveda, in un modo o in un altro, a porre fine a questo interminabile scandalo che devasta la vita delle anime.

Ce ne siamo convinti subito, fin dall’inizio: anche le più madornali sciocchezze sparate dall’innominabile personaggio sono ben studiate e calibrate secondo un preciso progetto di demolizione controllata. E tuttavia si stenta a credere che un individuo dotato di un’ignoranza così crassa che più crassa non si potrebbe sia giunto alla posizione che occupa. Metteteci pure la mafia di San Gallo e tutte le lobby gay del Vaticano, ma almeno un po’ più di buon gusto avrebbero potuto averlo, se non altro per rispetto dell’istituzione. Che ingenuo: gente rotta alla perversione morale e intellettuale più ripugnante, che rispetto e che buon gusto può avere? Ma quel che lascia veramente basiti è il rapimento mistico di un’assemblea di migliaia di persone, teoricamente qualificate dal punto di vista pastorale, che nella cattedrale romana si bevono estasiate un discorso blasfemo e sovversivo.

Tanto per cominciare, il Messia non si è affatto preso la licenza di fare il burlone dinanzi a una donna trascinata alla lapidazione. Come Dio, con il Suo dito, aveva scritto i Dieci Comandamenti sulle tavole di pietra (cf. Es 31, 18), così Gesù si mise a scriverli per terra per rivelare di esserne l’autore: Egli è il Verbo, fonte e garante della legge divina. Il Figlio di Dio non ha certo violato né la legge né la morale, di cui è principio e fondamento; ha invece perfezionato una legge ancora imperfetta, data in forma provvisoria a causa della durezza dei cuori (cf. Mt 19, 8). La legge morale da Lui portata a compimento è invece completa e definitiva: non ha bisogno di integrazioni né di reinterpretazioni di sorta; sostenere il contrario è eretico.

Chi, in un’occasione, asserisce che il Signore avrebbe mancato alla Sua legge in una disposizione caduca, in un’altra pretende di sfruttare un’altra disposizione caduca di quella stessa legge per giustificare l’adulterio permanente delle seconde nozze. Disonestà intellettuale, carenza cognitiva o schizofrenia latente? È esattamente quell’uso della legge, contorto, interessato e strumentale, che il medesimo comiziante rimprovera ai farisei, i quali, come insegna san Paolo (cf. Fil 3, 19), avevano per Dio il loro ventre (eufemismo indicante il prepuzio) e, di conseguenza, si vantavano della loro vergogna (altro eufemismo designante i genitali). Era inevitabile che stravolgessero la legge divina, visto che non ne riconoscevano più l’Autore; ma qui si va oltre, perché si offende direttamente Dio e ce ne si getta allegramente alle spalle la Rivelazione.

Come se gli spruzzi di veleno non fossero già stati letali, la dose più micidiale era nascosta nella coda, proprio alla fine: la maggior parte dei matrimoni sacramentali sarebbero nulli perché gli sposi non sarebbero consapevoli dell’indissolubilità, in quanto un impegno definitivo per tutta la vita non sarebbe nella loro cultura. Chissà che si saranno inventati i missionari – gesuiti e non – che, per secoli, hanno insegnato il matrimonio cristiano a popolazioni la cui cultura non lo comprendeva… Non risulta che, per questo, abbiano ammesso divorzi e convivenze; al contrario, hanno trasformato le culture pagane e diffuso la civiltà cristiana, almeno fino a mezzo secolo fa. Ma quegli ingenui evangelizzatori non avevano letto gli scrittori esistenzialisti e personalisti: non sapevano che la verità oggettiva non ha valore di per sé stessa e non è sempre e ovunque vincolante, ma solo nella misura in cui il soggetto, nella sua concreta, complessa situazione esistenziale, la riconosce e le dà un significato personale. Le stesse norme morali e gli impegni liberamente assunti in modo pubblico valgono nella misura in cui l’individuo, soggettivamente, riesce a dare ad essi un senso che gli sembri accettabile.

La vita, così, è diventata un’interminabile ricerca di senso, un’interrogazione pensosa della storia, un continuo confronto con una realtà spesso ostile, indecifrabile, matrigna… Poteva forse andare diversamente, una volta spento il lume della ragione e rifiutata ogni regola? L’imperativo è porre domande e lasciarle rigorosamente in sospeso; chi si azzarda a tentare una risposta è ipso facto radiato dal consesso civile come fanatico e intollerante fondamentalista. Sarà per questo che il nostro campione di slalom gigante non dà mai risposte precise, nemmeno alle domande più chiare, se non provocatorie? Quando però vuole imporre assurdità pacchiane col tono di chi definisce un dogma, ritrova di colpo una perentorietà apodittica che non lascia spazio ad obiezioni, come  nella bordata conclusiva: le convivenze, quando c’è la fedeltà, avrebbero la grazia del sacramento.

È come voler le ciliegie senza il ciliegio o le uova senza la gallina; è l’elementare principio logico-metafisico di causa ed effetto. Se non c’è il sacramento, come posso averne la grazia? La res di un sacramento (la grazia soprannaturale da esso comunicata) è inseparabile dal sacramentum (il segno visibile ed efficace della grazia): ogni volta che il secondo è realizzato in modo valido, la prima è infusa nell’anima che non vi pone ostacolo; senza l’uno, viceversa, non può esserci nemmeno l’altra. Colui che ha ricevuto da Cristo il compito di confermare nella fede i suoi fratelli (cf. Lc 22, 32) non può cadere su queste conoscenze basilari; o forse deve prima consultare qualche cardinale germanofono? Oltretutto, presenta la grazia sacramentale non come dono divino (che richiede certo fede e cooperazione), ma come frutto della fedeltà umana (che, per inciso, come fedeltà al peccato mortale non è certo una virtù). Puzza tanto di quel pelagianesimo che il Nostro rimprovera così spesso ai cultori della legge, senza saper bene, evidentemente, di che si tratti.

Ma – come avevamo già intuito – siamo ormai entrati (parola sua) nei tempi dello spirito. Questo cambia tutto: logica, dottrina, competenza… nulla è più come prima; prodigiosamente, lo “spirito” ha tutto trasformato perché si incontri con il suo opposto: assurdo, eresia, ignoranza… Pur con tutto lo “spirito”, l’esistenzialismo e il personalismo che volete, quando la misura è colma… è colma! Possibile che non ci sia un vescovo o un cardinale che si alzi a dire: basta? Se ci rimette la diocesi o la reputazione, sarà più libero di andare in giro a visitare i cattolici fedeli che gemono come pecore senza pastore. Sono tante le fiammelle che si sono accese per l’Italia con la consacrazione al Cuore immacolato di Maria: non solo quelle di quanti erano presenti in San Pietro il 4 giugno e sono poi ritornati nelle loro terre, ma anche quelle di tanti – non possiamo contarli – che si sono uniti a noi dalle loro città alla stessa ora. Riusciremo a trovare una guida? Chiediamola a Lei.

sabato 18 giugno 2016


L’èra dello “spirito”


La visione gnostica della storia la pensa come un inarrestabile progresso interno, come un processo mosso dal di dentro e articolato in fasi successive delle quali ognuna rappresenta il superamento delle precedenti ed è destinata ad essere a sua volta superata da qualcosa di ancora migliore. Tale, per esempio, era la tesi dell’abate cisterciense Gioacchino da Fiore († 1202), che parlava di tre età, una del Padre, una del Figlio e una dello Spirito Santo. Inutile dire che l’ultima, la più perfetta, doveva coincidere proprio con la diffusione delle sue teorie, purtroppo condannate – come sempre per l’opposizione dei potenti, attaccati allo statu quo! – dal Concilio Lateranense IV (1215). A parte il crasso errore in materia di teologia trinitaria (le tre Persone non agiscono mai indipendentemente e come in concorrenza, poiché condividono la stessa natura e compiono sempre, insieme, un’unica e medesima operazione), è ovvio che chiunque potrebbe svegliarsi un mattino e pretendere che le sue folgoranti intuizioni dessero inizio a un’èra nuova…

Ma provate un po’ a porre sullo sfondo di questi antichi vaneggiamenti (peraltro seguiti, a suo tempo e non solo, da ampie fasce del francescanesimo) l’attuale morbosa insistenza sulle sorprese dello spirito, le novità dello spirito, la libertà dello spirito… senza ulteriori specificazioni, visto che il termine santo potrebbe urtare la suscettibilità di atei e diversamente credenti. Che stia finalmente cominciando l’èra nuova tanto attesa? Una volta relegati nell’oblio i Comandamenti del Padre e aggiornato il Vangelo del Figlio, ci stiamo avvicinando a larghi passi alla perfezione. Vangelo e Comandamenti non erano altro che espressioni imperfette appartenenti a fasi provvisorie della storia di salvezza, la quale – sia ben chiaro – è ancora incompiuta e non ha affatto raggiunto il culmine con la morte e risurrezione di Gesù, ma ci riserva ben altro, in una “sinfonia” di religioni e credenze contraddittorie che convivano armonicamente e collaborino per salvare il pianeta.

In fin dei conti, la Croce separa in quanto simbolo di insensati conflitti religiosi, l’Immacolata con la mezzaluna sotto i piedi è troppo politicamente scorretta, l’idea stessa di peccato è terribilmente ingiusta nei confronti di tutto il bene che si trova nell’uomo, che va sempre e comunque rispettato, ammirato e sostenuto – anche nel male e nell’errore – con affetto e simpatia. Tutte queste cose – compresi i princìpi della logica – sono soltanto immagini e rappresentazioni di valori appartenenti a fasi storiche ormai superate, esaurite, scadute, che vanno inevitabilmente sostituiti dai nuovi valori dell’inclusione, della tolleranza, dell’armonia… senza pretendere di definire chiaramente alcunché, naturalmente, perché questo provocherebbe divisione, esclusione e ottuso arroccamento sulla difesa della “propria verità”. Gli unici esclusi da codesta tolleranza universale, ovviamente, sono quei pochi che si permettono di far notare la palese assurdità di siffatto discorso.

È il discorso, d’altra parte, che gran parte della gente non aspettava altro di sentire, onde liberarsi la coscienza dall’opprimente peso della tremenda responsabilità di aver rinnegato la fede e respinto l’incommensurabile grazia di essere stati scelti come membri della Chiesa. Quanti attendevano il fatidico “tana-libera-tutti”, come se la vita fosse un interminabile gioco infantile! Beninteso: nel senso del fanciullino del Pascoli o dell’infanzia spirituale di santa Teresa di Lisieux, ben venga; ma non sembra che l’andazzo attuale abbia molto in comune. Bisognerebbe riprendere in mano il Vangelo, ma non c’è tempo; troppo occupati a navigare nei pettegolezzi e nella pornografia. Ma chi siete voi per giudicarmi? Tutto è lecito per chi è entrato nella nuova èra; chi ancora si attarda a distinguere tra comportamenti buoni e cattivi non è altro che un odioso fariseo.

Mentre l’Occidente affoga nel pus della sua cancrena morale, i singoli individui si ubriacano di un’apparente libertà senza confini che li degrada a un livello subumano, incapaci di riflettere e di riconoscere la mano tesa a tirarli fuori. Nei rari casi in cui se ne accosti una, molti preferiscono azzannarla piuttosto che aggrapparsi ad essa: la seconda scelta sarebbe sì la più ragionevole, ma richiederebbe troppo sforzo; meglio insultare chi porge la mano e continuare a sprofondare. E poi, ci sono tanti altri ministri di Dio, ben più moderni, da cui si può ottenere rassicurante conferma senza cambiare una virgola della propria condotta; essi stessi, anzi, sembrano supplicare i fedeli di considerarli in tutto come loro e fanno ogni sforzo per diventarlo effettivamente. La deprecabile ascesi di un tempo – quello ormai superato, appunto – forgiava sacerdoti e religiosi che si distinguessero dagli altri per rigore, pietà e disciplina, così da poter esser loro di esempio. Ora il discorso è semplicemente invertito: si apprezzano i consacrati – uomini e donne – che facciano esattamente le cose che fanno tutti. Visto il livello della moralità generale…

In questa rinnovata ebbrezza dello “spirito” o “nuova pentecoste”, essere come gli altri è somma virtù; con giovani e adolescenti il successo è assicurato. Il problema è stabilire fino a che punto si può essere e agire come gli altri; ma anche questa, in fondo, è una preoccupazione tipicamente farisaica. In questa nuova èra, infatti, tutto è buono; gli eventuali comportamenti socialmente inadeguati hanno sempre una spiegazione di natura socio-psicologica che li rende comunque non condannabili. Qualsiasi condotta o situazione esige di essere capita, rispettata, accompagnata, come inculcato dai mantra del neo-magistero; dal non giudicare il peccatore (che, se ostinato o ribelle, va alla fine giudicato e corretto) si è passati al non giudicare il peccato. Ma no, il peccato non c’è più! È finito con la vecchia èra della legge e della grazia; non c’è più nemmeno bisogno del perdono. Anche la religione si evolve, come autorevolmente insegnato da Erich Fromm in quell’Arte di amare che, negli anni Settanta, fece furore in seminari e conventi; è citata perfino nell’Amoris laetitia. A nuovi tempi, nuovi maestri: non più teologi e santi, ma psicanalisti.

«Mai il male ha assunto caratteristiche tanto vaste e apocalittiche, mai abbiam conosciuto altrettanto pericolo. Da un’ora all’altra noi possiamo perdere non la vita soltanto, ma tutta la civiltà e ogni speranza. Sembra che anche a noi il Signore dica “non è ancor giunta la mia ora”, ma l’Immacolata, la Madre di Dio, la Vergine che è l’immagine e la tutela della Chiesa, Essa ci ha dato, già a Cana, la prova di saper e poter ottenere l’anticipo dell’ora di Dio. E noi abbiamo bisogno che quest’ora venga presto, venga anticipata, venga resa immediata, poiché quasi potremmo dire: “O Madre, noi non ne possiamo più!”. [...] Dica Maria, come a Cana: “Non hanno più vino”; e lo dica con la stessa potenza d’intercessione e, se Egli esita, se si nega, vinca le sue esitazioni come vince, per materna pietà, le nostre indegnità. Sia Madre pietosa a noi, Madre imperiosa a Lui. Acceleri l’ora sua, che è l’ora nostra. Non ne possiamo più, o Maria. L’umana generazione perisce, se tu non ti muovi. Parla per noi, o silenziosa, parla per noi, o Maria!» (Cardinale Alfredo Ottaviani, Il baluardo, Roma 1961, 279-283).

sabato 11 giugno 2016


Davide e Golia

 
Proprio mentre ci consacravamo al Cuore immacolato di Maria nella basilica di San Pietro, sabato scorso, veniva resa pubblica un’altra clamorosa mossa a sorpresa nell’inesorabile quanto rapido processo di stalinizzazione della Chiesa Cattolica. Già ai primi di novembre del 2014 – appena un anno e mezzo fa – i vescovi erano stati spronati a dare prontamente le dimissioni al compimento dei settantacinque anni d’età, a meno che, per il «desiderio di un miglior servizio alla comunità», non avessero già deciso “spontaneamente” di ritirarsi prima o ricevuto l’ordine, peraltro comunicato «in fraterno dialogo», di togliersi dai piedi anche senza grave causa, quella che il codice prevede in caso di rimozione. D’ora in poi, con il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, basterà una semplice negligenza nell’esercizio delle proprie responsabilità: non una colpa personale, ma un inadeguato trattamento di colpe altrui che abbiano provocato danni di ordine «fisico, morale, spirituale o patrimoniale».
 
Il primo motivo di disagio che si avverte alla lettura del documento deriva dal fatto che, mentre esistono mezzi sicuri e sperimentati per individuare, accertare e imputare una colpa, è molto meno evidente come procedere nel caso di una negligenza o di un’omissione nel prevenire, correggere o reprimere comportamenti delittuosi di altri. Tale delicatissimo discernimento è quindi demandato a un collegio di giuristi di prossima nomina, che dovrà coadiuvare il Sommo Pontefice nel valutare l’opportunità di una rimozione episcopale. L’iniziale inquietudine, però, si acuisce enormemente a partire dal momento in cui si afferma, nel testo papale, che il caso specifico preso di mira è quello di un intervento insufficiente in seguito ad abusi sessuali su minori da parte di membri del clero. Nessuno nega che sia un crimine gravissimo e che in molti casi la risposta della gerarchia sia stata del tutto inadeguata, ma ci si permette cautamente di ricordare altresì a quante speculazioni si sia dato adito in questo ambito negli ultimi decenni, negli Stati Uniti e non solo: quanti sacerdoti sono stati ingiustamente accusati in vista di un risarcimento? quante diocesi hanno rasentato la bancarotta e si sono viste costrette a vendere le chiese?

Benedetto XVI, d’altra parte, aveva già provveduto emanando una severa normativa e rimuovendo molti vescovi inadempienti, ma con la discrezione e la nettezza che la Chiesa Cattolica ha sempre adottato nei casi più delicati. Perché, proprio ora, questo nuovo intervento dai contorni talmente indefiniti da poter essere usato contro tutto e contro tutti? Esso, del resto, non spunta come un fungo, ma dopo tre anni che la Chiesa stessa batte la grancassa sugli scandali dei suoi ministri a suon di convegni, dibattiti e pubblicazioni su una materia che meriterebbe estrema riservatezza. Un’altra stranezza dell’attuale pontificato? No, per poco che si conoscano le leggi della propaganda. Quando si vuol colpire una categoria, si crea dapprima un’atmosfera emotiva sfavorevole nei suoi confronti, di modo che, al calare della mannaia, tutti approvino soddisfatti. È il metodo usato dai giacobini nei confronti di clero e aristocrazia, dai bolscevichi verso i proprietari terrieri, dai nazisti a spese degli Ebrei… sempre lo stesso.

Andando a scuola da Robespierre, Lenin, Hitler, Stalin, Mao e Pol-pot si impara come eliminare gli avversari con il plauso e la cooperazione del popolo, che non si accorge di mettersi con le proprie mani il capestro al collo… Ormai basterà pagare qualcuno perché denunci un abuso sessuale (vero o presunto) da parte di un prete, risalente anche a trent’anni fa, e accusi il vescovo di non aver fatto abbastanza a suo tempo; la sceneggiata di cui è stato vittima il cardinal Pell è esemplare in questo senso ed è ottimamente servita a mettere tutti i prelati sul chi vive. Chi oserà più dissentire sulle “aperture” dell’Amoris laetitia? o esprimere perplessità sull’immigrazione selvaggia? od opporsi all’unificazione fittizia con ortodossi e protestanti?… Non si tratta unicamente di “perdere il posto” e di ritrovarsi fuori gioco per il resto della vita, ma di rimetterci la reputazione e di subire la gogna mediatica come uno che ha coperto i pedofili: nulla di più dirompente per scatenare l’esecrazione universale e accrescere il consenso per chi spazza via il “corrotto”.

Chi avrebbe mai immaginato, nella Chiesa Cattolica, di svegliarsi una mattina nel regime sovietico? Che fine rischiano di fare i pochi vescovi ancora sani e coraggiosi? E chi guiderà le pecorelle che vogliono rimanere sui pascoli salutari di Cristo, anziché farsi dirottare su erbe velenose e acque torbide e fangose? Chi legittimerà con l’autorità della successione apostolica, tra poco, il ministero dei sacerdoti fedeli a Dio e alla loro coscienza?… Tutte domande per le quali, in questo momento, non abbiamo risposta; solo la Provvidenza la conosce. Ma, al sicuro come siamo nel Cuore immacolato di Maria, ci lasciamo condurre da Lei ad occhi chiusi. Chi avrebbe mai detto che, dietro Sua ispirazione, saremmo riusciti – in più di un centinaio – a consacrarci a Lei proprio a casa dell’impostore, sulla Roccia inamovibile della fede? Al giovane Davide bastò una sola pietra per abbattere il gigante Golia e sgominare l’invincibile armata filistea. Alla sua Discendente può bastare un manipolo di arditi che, penetrato nel campo avversario, abbia lanciato una bomba spirituale.
 

sabato 4 giugno 2016


Consacrazione apostolica
al Cuore Immacolato di Maria

 
O Cuore Immacolato di Maria,
centro e vertice dell’opera creatrice e salvifica del Padre,
giardino chiuso del Verbo e vivente santuario dello Spirito,
sorgente e modello della vita umana del Figlio di Dio,
rifugio dei peccatori pentiti e instancabile fucina di Santi,
oggi io Ti scelgo come mia dimora spirituale,
perché Tu sia per me fortezza inespugnabile
contro tutti gli attacchi e le seduzioni di Satana e dei suoi servitori.
A Te mi consacro interamente con tutti coloro che il Signore mi ha affidato:
Ti consegno la mia persona, le mie capacità, le mie energie
e quanto mi resta da vivere sulla terra,
mettendomi a Tua completa disposizione
per la realizzazione dei Tuoi piani di salvezza per il mondo,
in vista del Tuo annunciato trionfo
e dell’avvento glorioso di Cristo salvatore.
Quanto più pienamente Ti apparterrò
per vivere più perfettamente da figlio/a di Dio nell’Unigenito,
tanto più mi preserverai con i miei cari
dalla prova che deve purificare l’umanità peccatrice
e preparare la Chiesa terrena all’incontro con lo Sposo.
Radicami sulla Roccia della fede stabilita da Tuo Figlio
e fa’ di me un(’)ardente apostolo/a degli ultimi tempi
per la conversione e la salvezza di tante anime smarrite.
Istruiscimi con la pura dottrina trasmessaci fin dall’inizio,
donami le grazie necessarie per praticarla con la santità di vita
e insegnami a corrispondere ad esse con tutto me stesso/a.
Assimila sempre più il mio cuore a Te
perché sia conformato a quello di Gesù
e la mia anima, inabitata dalla Trinità santissima,
divenga, come Te, figlia, sposa e madre dell’Altissimo,
a eterna lode e gloria del Dio uno e trino,
che spero di godere e contemplare con Te
per i secoli dei secoli. Amen!

San Pietro, Vicario di Cristo e Roccia della Chiesa, prega per noi!

Salve, Regina, Mater misericordiae...

N.B.: per chi può venire, l’appuntamento è nel cuore della cristianità, non più tardi dell’ora (solare) della Pentecoste, per la Messa che sarà celebrata all’altare del Patrono della Chiesa universale.
Chi non può venire potrà unirsi a noi recitando questo testo intorno a mezzogiorno.